Le donne hanno bisogno
di sentirsi irresistibili
per voler fare sesso.
Dott.ssa Leigh Norén
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Le donne hanno bisogno
di sentirsi irresistibili
per voler fare sesso.
Dott.ssa Leigh Norén
C O L L O Q U I O S U R R E A L E
“Il posto c’è. E tu?”
“Sì, ci sono anch’io”.
“Io e te ci siamo ancora?”
“Forse non ci siamo ancora stati?”
“Tu mi pensi qualche volta
in quel modo che sai?”
“Sempre, ma tu, nella realtà,
sei meglio dei miei pensieri”.
“Non voglio farti sentire
una persona che non sei”.
“Io sono quella persona,
solo che non lo sapevo”.
D O N N E E D O N N E (Sacre e profane)
da QUORA
Scrive Elena Cerasetti (N.d.R. : con interpolazioni e aggiunte su mie ricerche personali).
madonna/puttana, la dicotomia del femmineo.
Puttana ha nella nostra lingua un significato gravemente offensivo e dispregiativo. ma che significa davvero?
La parola deriva dal latino puteus che significa pozzo, buca. Il termine puteus si accosta al principio di ricezione e contenimento, ossia alla simbolizzazione della vagina, dell’utero, del grembo. e i puticuli, intesi come grembi ipogei, indicavano in origine una cavità naturale o un buco scavato apposta per seppellire i morti: il ritorno alla madre.
Nel testo sacro dello zoroastrismo, l’Avesta, la parola putika indica invece un lago mistico di acqua rigenerante. una sorta di cocoon (bozzolo), insomma. una piscina miracolosa dove l’acqua (elemento associato al femmineo) è in grado di guarire dalla più terribile delle malattie: l’invecchiamento.
In molti dialetti italiani, putein, puto, puta, putìn indicano il fanciullo o la fanciulla, ossia uno stato giovane, puro, beato dell’essere umano. Analogamente lo spagnolo puta e il francese pute alludevano a ciò che è puro o santo. Viceversa la parola ebraica kaddosh, che vuol dire sacro, è associata alla kaddeshà che indica la figura un tempo definita come “prostituta sacra”. Sono stati il tempo e una buona dose di misoginia a conferire alla radice sanscrita puta tutt’altro senso.
Dunque, puta ha etimologicamente insito il principio di sacralità, ma la sessuofobia e la misoginia dei patriarchi hanno efficacemente associato alla sessualità, e in particolare al corpo della donna, l’idea di peccato, creando uno dei paradossi più scomodi della storia del cattolicesimo: il paradosso puttana/madonna.
Anticamente il sesso era una forma liturgica, un atto mistico (l’orgasmo) che permetteva all’essere umano di trascendere i propri sensi comuni per entrare nella dimensione spirituale. Sexus in latino vuol dire scisso (dal verbo latino secare = tagliare, distinguere, separare, anche segare). La solenne festa misterica delle nozze sacre riuniva pertanto le due polarità scisse (maschile e femminile) in una sola carne, era un rituale di passaggio del mondo e delle sue creature, e di trasformazione interiore. E la ierodula, la sacerdotessa-amante (dal greco ἱερόν+δουλία = ieròn + dulìa: al servizio del sacro), era chiamata prostituta sacra, assumendo l’epiteto della dea al cui servizio era addetta: Ishtar.
Ishtar, nella mitologia babilonese, era la regina degli dei, la signora del cielo e della terra. Perciò il suo nome venne a significare semplicemente dea. Eroina e rappresentante lo spirito della discordia e del contrasto, è anche dea tanto dell’amore puro quanto di quello sregolato, vergine e prostituta nello stesso tempo.
Le antiche sacerdotesse della luna erano chiamate “vergini”. Vergini significava “non sposate”, non appartenenti ad un uomo, donne che erano “l’Uno in sé”. La parola “vergine” deriva dal latino “virgo – virginis” (da una antica radice indoeuropea varg- = essere turgido, gonfio, rigoglioso) e significa “forza”, “abilità” e fu poi applicata agli uomini come “virile” (stessa radice vir).
Diana, Astarte, la sopracitata Ishtar, Iside erano tutte chiamate “vergini”. Il termine non faceva riferimento alla castità sessuale, ma alla loro indipendenza sessuale. E tutti i grandi eroi di culture passate, storiche o mitiche, si sono detti essere nati da madri “vergini”: Gilgamesh, Marduk, Buddha, Osiride, Dioniso, Gengis Khan, Gesù, tutti sono stati riconosciuti come Figli della Grande Madre, la forza originale, e i loro poteri enormi venivano da lei.
Gli Ebrei hanno usato questa parola, il cui significato, in aramaico originale è “giovane donna” o “signora”, senza connotazioni sessuali di castità. Ma più tardi i traduttori cristiani, non potendo concepire la “Vergine Maria” come una donna dalla sessualità indipendente, hanno distorto il significato in “sessualmente pura, incontaminata, casta”.
I corpo della donna era, cosa impensabile per il nostro mondo occidentale contemporaneo, la via per entrare in “rapporto” con il divino. Per i pagani, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre gli uomini da soli non potevano raggiungere l’obiettivo di questo percorso mistico. Resta un residuo ribaltato nelle scuole di buddismo definito piccolo veicolo (hinayana, diffuso in sud-est asiatico), secondo il quale per raggiungere l’illuminazione le donne devono prima reincarnarsi nel corpo di un uomo; e anche nella nostra cultura patriarcale con la figura della “prostituta madre”, la donna grande amata dagli uomini e tollerata dalle donne che inizia i giovani maschi all’estasi sessuale.
Ma qualcosa sotto sopravvive. Un proverbio sufi, la religione pre-islam di cui Maometto è un esponente in quanto sacerdote di Fatma (una delle manifestazioni della grande madre trina, ridotta a sorella di Maometto durante l’islamizzazione), recita: “La cura è nella vagina della donna”. Mentre la prodigiosa capacità della sua saliva, che appartiene alla tradizione medicinale matriarcale (una tavoletta d’argilla proveniente dall’antica Ninive attesta che le malattie oftalmiche erano curate con latte misto allo sputo delle prostitute sacre), sopravvive nel vangelo di Marco. D’altronde, è il gesto più antico del mondo da parte delle madri leccare le ferite dei bambini per lenirne il dolore ed evitare infezioni..
Le prostitute sacre erano dette anche vergini sacre (παρθένος ιερά = parténos ierà). Tra le incombenze a loro affidate, oltre all’offerta della “divina grazia celeste”, c’erano la guarigione dalle malattie attraverso lo sputo medicinale e le secrezioni della vagina. Archetipi da riesumare sono, ad esempio: Medea (da μέδομαι (medomai): prendersi cura), la profezia (Cassandra e le Sibille), la danza sacra (Arianna e la danza delle gru), le lamentazioni funebri (le prefiche), i cori delle tragedie (contrappunto morale).
La loro verginità però non è legata all’imene, ma allo stato di donna nubile (libera dal matrimonio). Pertanto le ierodule erano vergini, perché non vincolate a legame matrimoniale, e sante perché esercitavano la funzione sacerdotale come incarnazione terrena della dea madre. Ai figli generati dalle sacerdotesse sacre si conferiva un epiteto che dovrebbe ricordarci qualcosa: “nato da vergine”.
E, a proposito di sorgenti nascoste nella nostra cultura pesantemente fallocratica, sperare nella provvidenza (ossia nella divina assistenza) significa in realtà affidarsi alla magia divinatoria e profetica del femminile. Il verbo latino provideo vuol dire prevedere, vaticinare. per cui la divina provvidenza è incarnazione delle capacità mantiche del femmineo; le antiche matriarche infatti erano in grado di gestire i beni agricoli necessari alla comunità perché sapevano prevedere il movimento degli astri e i cambi di stagione. Dio vede e provvede, ma sua madre lo faceva da molto prima.
Chi è invece la madonna? che significa madonna? “semplicemente” la “mia signora” (mea domina“).
Madonna è un titolo onorifico che si usa rivolgendosi a una donna o parlando di essa. In alcuni luoghi dell’Abruzzo è il titolo che le nuore rivolgono per rispetto alle suocere entrando nella casa della matriarca, ossia la madre dello sposo. (N.d.R.: anche in Friulano me madone significa mia suocera)
La sua rappresentazione non origina con il cristianesimo, ma è di molto antecedente. Poco studiata dagli autori dei vangeli cristiani, che la proiettano nel corpo della giovane vergine Miriam (Maria), la donna più famosa di tutta la storia del mondo è generata dal buio. Dai vangeli nulla trapela, pare una donna senza passato. Viene nominata pochissime volte. Solo dal Medioevo in poi (il primo fu Bernardo da Chiaravalle), la sua figura è stata elevata a livelli devozionali stratosferici. Nonostante il mistero che la circonda da sempre, la madonna è in ogni angolo del pianeta e la devozione nei suoi confronti è sconfinata. Essa è infatti madre di Dio e regina del cielo.
Le sue manifestazioni sono innumerevoli, come le sue forme, sono essenzialmente la stessa dea e incarnano l’aspetto della madre divina. I cristiani hanno distrutto i suoi templi e ucciso i suoi devoti, ma essa sopravvive dentro di loro con il nome di Maria. Chiunque abbia dimestichezza con la cultura pagana è in grado di cogliere le similitudini tra la vergine Maria e la dea madre: la mater(ia), dunque il cosmo.
Il catechismo cattolico afferma che Dio stesso sia stato creato da Maria (Ave Maria, madre di Dio).
Alcuni oggetti di culto che la rappresentano sono sopravvissuti attraverso i secoli persino nelle religioni monoteiste ferocemente patriarcali, quali l’islam e il cristianesimo giudaico-romano.
• il rosario rappresenta la ciclicità del corpo del mondo e della donna e, al contempo, è strumento estatico attraverso la respirazione circolare e la ripetizione mantrica dei nomi divini.
• ha il manto blu trapunto di stelle sul capo e il mondo in mano, giacché essa è regina del cielo e della terra.
• in alcune sue manifestazioni è nera e il colore nero non sta a simboleggiare solo la tenebra, ma anche la terra scura e fangosa della fertilità: per l’iniziato, la madonna nera è madre terra.
• in altre, e la presenza è molto forte in Abruzzo, è rappresentata con collane di corallo rosso, il cui colore rammenta il ciclo mestruale.
• in epoche antecedenti il cristianesimo, la vergine celeste (la dea madre natura) è raffigurata con il neonato Dio sole tra le braccia: è il bambin Gesù, che nasce con il solstizio d’inverno (Natale) e muore con l’equinozio di primavera (Pasqua).
• il giallo dorato del nimbus (nuvola) ovale, la particolare ellissi ( vedi l’immagine alla fine) che molto spesso circonda alcune rappresentazioni mariane, si dipana in raggi solari che emanano in ogni direzione.
• ha la corona di stelle, dodici come i mesi, come i simboli dello zodiaco che punteggiano l’anno solare, come le tribù di Israele discendenti dai figli di Giacobbe.
• l’aureola sulla testa è il cerchio, il simbolo della presenza del divino: si tratta di un simbolo dalla storia antichissima, tramandato nel mondo cattolico con il nome di halo (alone). L’aureola è regina del simbolismo magico degli antichi egizi e può essere considerata l’equivalente di un piccolo sole da cui scaturisce la luce.
• la falce di luna è il simbolo cornuto della potenza generatrice, come la labrys (ascia bipenne) di Arianna.
• la colomba è simbolo zoomorfo di Afrodite: nelle culture pagane infatti la colomba è animale sacro alla dea dell’amore.
• la veste azzurra è il mare (regina delle acque) e il mare rappresenta la fonte di tutta la creazione. Afrodite nasce dall’acqua e ἀφρός (afròs) significa schiuma del mare. Il nome Miriam, secondo alcune fonti, significa goccia di mare. E probabilmente, dal latino mare-maris, è proprio questo il significato del nome Maria. E Miriam si è trasformata in Maria.
Elena Cerasetti
da Wikipedia
M A R I A M A D D A L E N A
Maria Maddalena (in ebraico מרים המגדלית?, in greco: Μαρία ἡ Μαγδαληνή, Maria hē Magdalēnē) detta anche Maria di Magdala, secondo il Nuovo Testamento è stata un’importante seguace di Gesù.
Venerata come santa dalla Chiesa cattolica, che celebra la sua festa il 22 luglio, la sua figura viene descritta, sia nel Nuovo Testamento sia nei Vangeli apocrifi, come una delle più importanti e devote discepole di Gesù.
Fu tra le poche a poter assistere alla crocifissione e – secondo alcuni vangeli – divenne la prima testimone oculare e la prima annunciatrice dell’avvenuta resurrezione.
Soprannome
L’aggettivo “Maddalena” viene accompagnato in qualche passo dei vangeli dalla precisazione “detta”: per esempio in Lc 8,2 il testo originale riporta “Μαρία ἡ καλουμένη Μαγδαληνή” (= Maria chiamata Maddalena). In Mc 16,9 questa precisazione non è presente (il testo greco si traduce letteralmente “Maria Maddalena”).
Si è posta così la domanda se il soprannome “Maddalena” indichi che la donna proveniva da Magdala — una piccola cittadina sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade, detto anche “di Genezaret” — o abbia un altro significato.
Anche se molti studiosi ritengono valido il senso di semplice riferimento alla città d’origine, qualcuno ritiene che esso si scontri con problemi oggettivi legati alla toponomastica del I secolo (nelle fonti del I secolo Magdala è citata esclusivamente con il nome greco di Tarichea) e all’identificazione della località, resa difficile dalla presenza di diverse località denominate Magdala e dall’assenza nei testi evangelici di riferimenti precisi che consentano di identificare la città natale di Maria Maddalena.
L’appellativo “Maddalena” potrebbe avere invece una suggestiva valenza simbolica derivata dal termine ebraico/aramaico migdal / magdal =Torre, usato per sottolineare l’importanza di questa donna all’interno della comunità dei discepoli di Gesù. Già san Girolamo adottò questa interpretazione quando, in una sua lettera, scrisse di Maria Maddalena come di colei che «per il suo zelo e per l’ardore della sua fede ricevette il nome di “turrita” ed ebbe il privilegio di vedere Cristo risorto prima degli apostoli».
Maria Maddalena è menzionata nel Vangelo secondo Luca (8:2-3), assieme a Susanna e Giovanna, come una delle donne che «assistevano Gesù con i loro beni». Secondo tale vangelo, esse erano spinte dalla gratitudine: proprio da Maria Maddalena «erano usciti sette demòni». Costoro finanziavano personalmente la missione itinerante del Maestro.
Secondo la tradizione, era una delle tre Marie che accompagnarono Gesù anche nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme (Matteo 27:55; Marco 15:40-41; Luca 23:55-56), dove furono testimoni della crocifissione. Maria rimase presente anche alla morte e alla deposizione di Gesù nella tomba per opera di Giuseppe di Arimatea.
| « Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena. » |
Fu ancora lei, di primo mattino nel primo giorno della settimana, assieme a Salome e a Maria di Cleofa, la madre di Giacomo il Minore (Matteo 28:1 e Marco 16:1-2 oltre che nell’apocrifo Vangelo di Pietro 12), ad andare al sepolcro, portando unguenti per ungere la salma. Le donne trovarono il sepolcro vuoto ed ebbero una “visione di angeli” che annunciavano la risurrezione di Gesù (Mt 28:5).
| « Nel giorno dopo il sabato, Maria Maddalena si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro… Maria Maddalena andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto. » , |
Maria Maddalena, in un primo momento corse a raccontare quanto visto a Pietro e agli altri apostoli (Giovanni 20:1-2). Ritornata al sepolcro, si soffermò piangendo davanti alla porta della tomba. Qui il “Signore risorto” le apparve, ma in un primo momento non lo riconobbe. Solo quando venne chiamata per nome fu consapevole di trovarsi davanti Gesù Cristo in persona, e la sua risposta fu nel grido di gioia e devozione, Rabbunì, cioè “maestro buono”. Avrebbe voluto trattenerlo, ma Gesù la invitò a non trattenerlo e le disse:
| « Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre mio; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Sto ascendendo al Padre mio e al Padre vostro, al Mio Dio e al vostro Dio » |
Divenne così, nel Vangelo secondo Giovanni, la prima annunciatrice della resurrezione e si meritò in seguito il titolo di “apostola degli apostoli” e di “evangelista” in qualità di prima annunciatrice della buona notizia. «Il capitolo 20 di Giovanni, al versetto 17, raggiunge uno dei punti di più difficile comprensione. Ci si trova dinanzi all’ultima tappa del cammino di fede della Maddalena. Ricorre il verbo “attaccarsi”, “afferrare”, “toccare” (hàpto). Questo termine, col valore di toccare, nei vangeli sinottici, è sempre riferito a Gesù. Egli è colui che tocca, per guarire (cf Mt 8,3; Mc 7,33; Mc 8,22; Lc 22,51). Viene anche riferito a Gesù, affinché egli possa essere toccato (cf. Mc 3,10) o affinché tocchi qualcuno. L’incontro tra la Maddalena e Gesù costituisce l’unico caso in cui Gesù riferisce a se stesso il toccare. la forma è quella dell’imperativo presente medio, negativo. Si tratta, più esattamente, di un “medio di interesse”. Il verbo esprime l’azione di Maria, compiuta a proprio vantaggio. Indica il trattenere per sé, che Gesù impedisce. Gesù ordina di non essere toccato. Maria, forse, ha iniziato a farlo, in un atteggiamento di prostrazione, ai piedi di Gesù. vi sarebbe collegamento, così, con il racconto di Matteo (cf. Mt 28,9). La forma imperativa presente “non toccarmi” […] non indica (a differenza dell’aoristo) che una data azione non debba essere compiuta. Indica, invece, che quell’azione deve essere fermata. Il senso, dunque, è: “Non continuare a toccarmi. Non continuare a stringermi a te”. Gesù, dunque, non vuole porre una separazione tra Sé e Maria. Il suo atteggiamento verso la Maddalena, a ogni modo, non ha paralleli. […] Gesù impone di non essere toccato, perché indica un nuovo modo di relazione. Il Risorto non è infastidito dal comportamento di Maria. Vuole introdurla, semplicemente, dentro la piena relazione con lui. Si tratta della condizione dei risorti in Cristo (cf. 1Ts. 4,16). La fisicità non è stata annullata né è divenuta realtà sottile o evanescente. C’è, è la stessa, ma, dentro l’evento della risurrezione, si rivela diversa. […] Il rapporto con l’amato deve entrare, dunque, in una prospettiva nuova. Maria, invece, ha equivocato l’incontro con Gesù risorto. Pensa che Gesù sia tornato tra i vivi. La Maddalena, così, crede che la condizione sia la stessa, in cui Gesù si trovi, prima della morte. Il tentativo di Maria, di trattenere Gesù, nasce dalla speranza di ristabilire la relazione di sempre. Maria non ha capito che il modo della relazione con il Maestro si è modificato. Il testo potrebbe essere tradotto con “Non continuare a toccarmi”. […] Senza toccare né afferrare, si può stare, pur sempre, con il Maestro.».
La figura di Maria di Magdala è stata identificata per lungo tempo con altre figure di donna presenti nei vangeli:
| « Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l’olio » |
L’identificazione di Maria Maddalena con Maria di Betania o con la peccatrice è stata infine esplicitamente ridiscussa dalla Chiesa cattolica nel 1969 (dopo il Concilio Vaticano II). Tuttavia, era comune nell’esegesi medievale, e per antichissima tradizione anche oggi, tanto che la figura della Maddalena peccatrice fu inserita accanto a quella del Buon Ladrone nella sequenza del Dies irae (utilizzata nella liturgia cattolica tradizionale dei defunti):
«Qui Mariam absolvisti / et latronem exaudisti / mihi quoque spem dedisti.»
A seguito della riforma liturgica il testo della sequenza è stato ritoccato eliminando il nome di Maria; esso, tuttavia, è ancora recitato secondo la lezione tradizionale nelle celebrazioni della Messa tridentina.
La stessa identificazione è rifiutata dai protestanti. Anche gli ortodossi ritengono che Maria Maddalena, Maria di Betania e la peccatrice anonima del vangelo secondo Luca siano tre donne diverse.
Invece, nel cosiddetto Vangelo di Maria Valtorta, di poco anteriore al Concilio Vaticano II, la figura di Maria Maddalena è chiaramente identificata con quella di Maria di Betania e la peccatrice pentita. (Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, cap. 98.4; J. F. Lavère, L’enigma Valtorta, CEV, Isola del Liri 2012, vol. 1, pagg. 239-240).
L’umanista e teologo Jacques Lefèvre d’Étaples affrontò nel Cinquecento, tra il 1517 e il 1519, il problema dell’identificazione delle cosiddette tre Marie. Infatti, egli si era occupato proprio della figura della Maddalena, su incarico della madre di Francesco I, Re di Francia, Luisa di Savoia, che gli aveva commissionato un’agiografia della santa. Il teologo Lefèvre scrisse diversi opuscoli relativi al dibattito delle tre Marie, partendo dalla tradizione della Chiesa cristiana orientale, di culto greco e lontana da Roma dai tempi dello Scisma d’Oriente (1054). Il dibattito fece scalpore all’epoca e si diffuse anche in Italia, presso umanisti delle varie corti, come ad esempio a Mantova presso i Gonzaga grazie al precettore della marchesa Isabella d’Este, Mario Equicola. Tale dibattito si smorzò a valle della protesta luterana e al periodo della Riforma fino a cadere nell’oblio.
A causa di queste sovrapposizioni tra le varie figure dei Vangeli, Maria Maddalena divenne un simbolo di pentimento e divenne patrona di varie istituzioni che si occupavano della gioventù femminile, come l’Ordine di Santa Maria Maddalena o le congregazioni delle maddalene di Lubań e Torino. Il suo nome fu anche usato per le Case Magdalene in Irlanda, conventi che ospitavano ragazze inviate dalle famiglie o dagli orfanotrofi: l’ultima Casa Magdalene in Irlanda è stata chiusa nel 1996.
Il biblista Gianfranco Ravasi ha sottolineato che l’identificazione di Maria Maddalena con Maria di Betania e con la peccatrice pentita è frutto di equivoci.
Tuttavia l’identificazione di Maria Maddalena con la prostituta rimane ancora viva nella tradizione popolare. Come già accennato, ad esempio, in vari film che narrano di Gesù, Maria Maddalena viene effettivamente identificata con una prostituta, come in Mel Gibson, La passione di Cristo, nel film ispirato al romanzo di Nikos Kazantzakis L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese e nel famoso musical Jesus Christ Superstar, diretto da Norman Jewison, tratto dall’omonimo album musicale di Andrew Lloyd Webber.
Dopo l’inizio della predicazione degli apostoli, Lazzaro, Maria Salome, Marta di Betania, Maria Jacobé e Maria Maddalena, assieme alla serva Sara la Nera, furono gettati in mare su una barca dai pagani, perché morissero. Vagarono per lungo tempo in mare su una barca priva di remi e nocchiero, finché dalla Terra Santa giunsero in Francia nel territorio di la Couronne, dove dopo lungo peregrinare trovarono finalmente un pozzo di acqua potabile: per tal motivo il luogo d’approdo è chiamato ancora oggi Santo Terro, “santa terra”, dove vi è una cappella dedicata alla Santa Croce, la chiesetta della Sainte-Croix, il famoso pozzo e la supposta impronta di un piede di Lazzaro. Due volte l’anno vi è una processione alla cappella. Da qui, imbarcata l’acqua potabile necessaria, i santi personaggi avrebbero proseguito per la Camargue, per approdare a Saintes-Maries-de-la-Mer.
Dall’abitato di Saintes-Maries-de-la-Mer, mentre Maddalena si sarebbe diretta verso Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Lazzaro a Marsiglia, Marta a Tarascona, Maria Salomé, Maria Jacobé e Sara si sarebbero stabilite vicino all’oppidum evangelizzando la regione. Una famosa versione di questa storia è contenuta nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (sec. XIII).
Il culto più antico rivolto a Maria Maddalena, risalente alla fine del IV secolo, è quello che si svolgeva nei riti della Chiesa Orientale la seconda domenica dopo Pasqua, chiamata “delle mirofore”. In quel giorno si commemoravano le donne che il giorno dopo la crocifissione e la morte di Gesù si recarono al sepolcro con gli unguenti per imbalsamarlo. Tra le mirofore un ruolo importante l’aveva Maria Maddalena, l’unica che è sempre citata in tutti e quattro i vangeli canonici. Il primo centro della venerazione della Maddalena fu Efeso, dove secondo una tradizione si sarebbe recata insieme a Maria madre di Gesù e all’apostolo Giovanni e dove si diceva fosse pure la sua tomba, nell’ingresso della grotta dei Sette Dormienti; si sposta poi a Costantinopoli, dove all’epoca di Leone il Filosofo (nell’886) sarebbe stato trasferito il corpo, e si diffonde poi nella Chiesa Occidentale soprattutto dall’XI secolo.
La diffusione del culto in Occidente avvenne soprattutto grazie all’Ordine dei Frati Predicatori, secondo la testimonianza di Umberto de Romans: “Dopo che la Maddalena si è data alla penitenza, è stata resa dal Signore così grande per grazia, che dopo la Beata Vergine non si trova donna alla quale nel mondo non si renda maggior riverenza e non si dia maggior gloria in cielo”. I domenicani la considerano una delle loro patrone. Varie congregazioni di frati e di suore le attribuirono il titolo di “apostola degli apostoli”, come viene celebrata nella liturgia bizantina, e paragonarono la missione di Maddalena, di annunciare la risurrezione, al loro ufficio apostolico.
Nel calendario romano generale la sua celebrazione è fissata al 22 luglio, senza alcun cenno alla supposta identificazione con la peccatrice. La sua memoria è stata elevata a festa da papa Francesco al 3 giugno 2016 per sottolineare il compito di evangelizzatrice degli apostoli della santa, il ruolo della donna nella Chiesa e l’azione della misericordia di Dio.
Una tradizione riportata nella Legenda aurea racconta che la Maddalena con i fratelli e altri discepoli sia partita dalla Palestina per approdare a Saintes-Maries-de-la-Mer dopo un viaggio periglioso, nonostante la barca fosse ingovernabile; una variante della leggenda, attestata anche da un affresco di Giotto nella cappella della Maddalena della basilica inferiore di Assisi, vuole che l’approdo sia avvenuto a Marsiglia.
Il culto di Maddalena si diffuse in Europa e i suoi devoti costruirono numerose chiese in suo onore: la più nota è quella gotica di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume (1295), dove è conservato quello che si dice sia il teschio della santa. Fu Carlo II d’Angiò ad effettuare l’inventio di tale reliquie nel 1279, convalidate da papa Bonifacio VIII nel 1295. “Sainte Baume” in antico provenzale significa “santa grotta”: a Plan-d’Aups-Sainte-Baume, sotto la cima più alta del massiccio montagnoso, c’è una grotta dove la tradizione vuole che sia morta la Santa, oggi sede di una chiesa, che accoglie una fonte di acqua e un convento domenicano. In tale chiesa è presente una reliquia della Maddalena. Il luogo, conosciuto nel Cinquecento come Nanse o Nanze (odierna Nans-les-Pins), era allora meta di frequenti pellegrinaggi da tutta Europa, soprattutto dalle corti italiane. Il cardinale Luigi d’Aragona ha lasciato un diario redatto dal chierico molfettese Antonio De Beatis con dettagli sui luoghi della Maddalena in Provenza, così come l’alvitano Mario Equicola nel suo Iter in Narbonensem Galliam, che riporta il viaggio per un pellegrinaggio di Isabella d’Este, marchesa di Mantova.
In ogni modo, ben prima di Saint Maximin, il culto di Maria Maddalena si era formato presso l’abbazia borgognona di Vezelay, dove già nel 1050 si diceva fosse conservato il corpo.
Il culto della Maddalena, peraltro, non è una prerogativa esclusiva della Francia, come dimostra l’esistenza di molti edifici a lei dedicati ad esempio in Italia (oltre un centinaio).
Come santa cattolica, le reliquie di Maria Maddalena furono venerate a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Provenza, attraendo una tale folla di pellegrini che venne eretta una grande basilica verso la metà del XIII secolo, una delle più famose chiese gotiche del sud della Francia. L’inventio delle reliquie è attribuita a Carlo II d’Angiò, detto “lo zoppo”, fatta nel 1279. Le reliquie furono convalidate da papa Bonifacio VIII nel 1295 e custodite nella basilica di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume.
Benché le sue ossa siano state disperse durante la Rivoluzione francese, si disse che la sua testa fosse rimasta nel suo sacrario in una caverna a La Sainte-Baume vicino a Marsiglia, dove la santa si sarebbe ritirata; si racconta anche di grandi miracoli e benedizioni ricevute da chi si recasse al sacrario per venerare Maddalena. Il piede della santa, custodito in un prezioso reliquiario dell’ambito di Benvenuto Cellini è stato venerato per secoli a Roma in una cappella posta all’ingresso di Ponte Sant’Angelo ultima delle reliquie maggiori prima di giungere sulla tomba di San Pietro. Il piede è oggi conservato nella Basilica di San Giovanni de’ Fiorentini. Altre Reliquie consistenti in filamenti di capelli, stralci di camicie e piccoli resti ossei, sono custodite nella Collegiata di Atrani (SA) in Costiera Amalfitana.
Da secoli, è costume di molti Cristiani ortodossi orientali terminare la celebrazione pasquale dipingendo uova e proclamando “Cristo è risorto!”. Le uova simboleggiano la nuova vita, e Cristo che risorge dalla morte. Da questo nacque la tradizione di colorare le uova di Pasqua.
Una tradizione riguardante Maria Maddalena dice che dopo la morte di Gesù Cristo, usò la sua posizione per ottenere un invito a un banchetto dato dall’imperatore Tiberio. Quando lei lo incontrò, teneva un uovo puro nelle sue mani ed esclamò “Cristo è risorto!” Tiberio rise, e disse che la resurrezione di Gesù Cristo dalla morte era probabile quanto l’uovo nella sua mano diventasse rosso mentre lo teneva. Secondo la leggenda, prima che finisse di parlare, l’uovo nella sua mano diventò rosso e lei continuò a proclamare il Vangelo in tutta la casa imperiale.
Alla fine del ventesimo secolo, in seguito al successo del libro Il santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln, è diventata famosa la chiesa di Santa Maria Maddalena di Rennes-le-Château nella regione dell’Aude.
Un’ulteriore attestazione di Maria di Magdala e del suo ruolo tra i primi cristiani è fornito dal Vangelo di Maria, uno scritto gnostico non incluso nel canone ortodosso, perduto e noto solo attraverso due frammenti in greco del III secolo e in una traduzione in lingua copta del V secolo. Anche se questi manoscritti furono scoperti e pubblicati tra la metà del XIX secolo e il 1947, ci sono riferimenti in opere anteriori (anche del III secolo) e dei Padri della Chiesa al Vangelo di Maria, le quali rivelano il grado in cui fu disprezzato e osteggiato. Nel testo frammentario, i discepoli fanno domande al Signore risorto e ricevono risposta.
«Ma essi rimasero tristi e piangevano forte. Dissero: “Come possiamo andare dai gentili e predicare loro il vangelo del regno del figlio dell’uomo? Là non è mai stato dispensato, dobbiamo dispensarlo (proprio) noi?»
«S’alzò allora Maria, li salutò tutti, e disse loro: “Non piangete, fratelli, non siate malinconici e neppure indecisi. La sua grazia sarà con voi tutti e vi proteggerà. Lodiamo piuttosto la sua grandezza, avendoci egli preparati e mandati agli uomini.»
Pietro disse a Maria Maddalena:
«Sorella, noi sappiamo che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Comunicaci le parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che tu conosci, (ma) non noi; (quelle) che noi non abbiamo neppure udito»
Allora racconta — alla richiesta di Pietro — di aver avuto una visione del Salvatore, e riporta il suo discorso con lui, che mostra influenze gnostiche.
«Quello che a voi è nascosto io ve lo comunicherò.»
La sua visione non fu creduta:
«Ma Andrea replicò e disse ai fratelli: “Che cosa pensate di quanto lei ha detto? Io, almeno, non credo che il Salvatore abbia detto questo. Queste dottrine, infatti, sono sicuramente delle opinioni diverse.»
«Riguardo a queste stesse cose, anche Pietro replicò interrogandoli a proposito del Salvatore: “Ha forse egli parlato in segreto a una donna prima che a noi e non invece apertamente? Ci dobbiamo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse egli l’ha anteposta a noi?»
Karen King ha osservato che «il confronto di Maria con Pietro, uno scenario trovato anche nel vangelo apocrifo di Tommaso, Pistis Sophia, e nel vangelo apocrifo degli Egiziani, riflette alcune delle tensioni nella Cristianità del II secolo. Pietro e Andrea rappresentano ortodosse posizioni che negano la validità della rivelazione esoterica e rigettano l’autorità delle donne a insegnare».
Questi scritti sono inoltre in contrapposizione con l’affermazione di Gesù riportata dal Vangelo secondo Giovanni:
«Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.»
Secondo il Codex Askewianus (maggiormente noto come Pistis Sophia), dopo la resurrezione, Cristo, allo scopo di istruire gli apostoli sui misteri, si trattenne sulla terra per undici anni. Come altri vangeli gnostici dunque, esso contiene una supposta “rivelazione segreta” di Gesù risorto ai discepoli riuniti in assemblea (incluse quattro donne: Maria Maddalena, Salome, la Madonna e Marta). Durante questi undici anni, indicato nel primo capitolo dell’opera, Gesù avrebbe portato i suoi discepoli solo fino a un certo livello di conoscenza, per poi portarli, in seguito, a gradi di conoscenza superiori, descrivendo che la trasmissione di una conoscenza (gnosi) superiore richiese a Gesù l’ascesa al cielo con la relativa trasfigurazione, così come viene descritta nei capitoli successivi.
«Detto questo ai suoi discepoli, soggiunse: – Chi ha orecchie da intendere, intenda! Udite queste parole del salvatore, Maria rimase un’ora (con gli occhi) fissi nell’aria; poi disse: – Signore, comandami di parlare apertamente. Gesù, misericordioso, rispose a Maria: – Tu beata, Maria. Ti renderò perfetta in tutti i misteri di quelli dell’alto. Parla apertamente tu il cui cuore è rivolto al regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli» (capitolo 17).
Questo passo del capitolo 17 mostra Maria Maddalena che si erge a protagonista all’interno dell’opera. All’interno del Pistis Sophia, i discepoli interloquiscono con Cristo: la Madre di Gesù interviene tre volte (capitoli 59, 61, 62), Salomè altre tre volte (capitoli 54, 58 e 145) e Marta quattro (capitoli 38, 57, 73 e 80). Tuttavia, Maria Maddalena interviene, in contesti sempre molto importanti, sessantasette volte. Gesù arriva a lodarla varie volte e lei arriva persino a intercedere presso di lui quando i discepoli non capiscono qualche passaggio (capitolo 94). All’interno del Pistis Sophia, Maria Maddalena simboleggia la Conoscenza (Gnosi), e rappresenta dunque l’incarnazione umana di Sophia, e come tale, la Sposa e la controparte femminile di Cristo. Nel Vangelo apocrifo di Filippo, la Sophia viene identificata come la Maria Maddalena, tanto da aver fatto ipotizzare come, il Giovanni dell’Ultima cena di Leonardo, possa essere Maria Maddalena vista nel concetto gnostico di Sophia.
Nel 1998, Ramon K. Jusino ha proposto una teoria senza precedenti secondo cui il “discepolo amato” del Vangelo di Giovanni è Maria Maddalena. Jusino ha basato la sua argomentazione in gran parte sui libri gnostici di Nag Hammadi, rifiutando il punto di vista di Raymond E. Brown secondo cui questi libri erano sviluppi successivi, e sostenendo invece che il Vangelo esistente di Giovanni è il risultato della modifica di un testo precedente che presentava Maria Maddalena come il discepolo amato. Tale opinione non ha avuto particolare successo tra gli studiosi, che continuano a considerare i vangeli gnostici come testi successivi e, pertanto, non affidabili.
Il vangelo gnostico di Filippo dice che Gesù baciava Maria Maddalena. Da questo particolare, alcuni racconti moderni a esso ispirati sottolineano l’intimità fra Gesù e Maria Maddalena. Secondo le scuole gnostiche il bacio rituale non aveva un significato erotico, ma era espressione della comunione, della fratellanza e della certezza della redenzione degli eletti. La stessa espressione si ritrova nel Nuovo Testamento, nelle epistole di Paolo e di Pietro: «salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio» (Rm 16,16, 1P 5:14).
Nei frammenti del testo apocrifo ritrovati fra i Codici di Nag Hammadi si legge che «la compagna del Salvatore è Maria Maddalena, Cristo la amava più di tutti gli altri discepoli e soleva spesso darle dei baci». La frase sarebbe comunque una ricostruzione perché nel manoscritto ci sarebbero in realtà degli spazi vuoti, evidenziati di seguito con delle parentesi: La compagna del ( ) Maria Maddalena ( ) più di ( ) discepoli ( ) baciarla ( ) sulla ( ).
La parola usata per “compagna” nel testo copto del vangelo di Filippo è inoltre un prestito dall’originale greco koinônós. Questo termine non significa “sposa” o “amante”, bensì “compagna” ed è comunemente usata per indicare rapporti di amicizia e fratellanza. Ma in quello stesso vangelo, che secondo gli studiosi non risale a prima della seconda metà del II secolo, il bacio è un segno rituale comune anche agli altri personaggi. Secondo gli gnostici inoltre Gesù e Maria Maddalena erano le incarnazioni umane degli eoni Cristo e Sophia. Il passo non va dunque inteso come una prova storica del matrimonio tra Gesù e la Maddalena, ma secondo le affermazioni gnostiche sull’incoronamento sulla terra del legame celeste degli eoni, dunque come allegoria.
Maria Maddalena è comunque rappresentata nei Vangeli canonici come un personaggio importante: la sua presenza alla Crocifissione la fa ritenere come una seguace che era stata molto vicina a Cristo e a sua madre Maria.
L’ O M O S E S S U A L I T A’ È C O N T R O N A T U R A ?
da QUORA
Risponde Graciela Sechi, corrispondente di QUORA
Innanzitutto l’associazione omosessualità/sodomia è decisamente forzata perché una pratica non definisce un orientamento sessuale. L’orientamento viene definito in base all’attrazione estetica, erotica e romantica/sentimentale verso uno o più sessi. Questa almeno è la definizione di omosessualità secondo la psicologia.
Questa pratica poi rientra anche nei comportamenti sessuali degli etero e non viene praticata da alcuni gay, per esempio, denominati side, spiacente deluderti, ma possono esistere etero sodomiti e gay non sodomiti.
Esistono poi altre pratiche erotiche ampiamente praticate dalle persone che non rientrano nell’atto potenzialmente procreativo come il sesso orale e la stimolazione manuale che tu non menzioni e che non si sa per quale motivo non ritieni di dover definire contro natura.
Ti faccio inoltre notare che la definizione contro natura è discutibile: secondo natura sarebbe un atto procreativo con l’inserimento di un pene in una vagina, ma questo non trova riscontro nell’ anatomia maschile e femminile, perché il piacere sessuale è fisiologicamente slegato dagli organi riproduttivi, e dai tuoi schemi eteronormati,
Segno che la tua infallibile natura ha fatto male i suoi conti, dato che si possono avere orgasmi in sedi non coinvolte nell’ atto sessuale eteronormato come la prostata negli uomini e il clitoride nelle donne, che non sono sedi deputate al concepimento.
Come puoi notare, la sessualità omoerotica è possibile anche negli eterosessuali: un uomo etero può avere un orgasmo prostatico al pari di un gay, una donna etero uno clitorideo al pari di una lesbica, senza effettuare una rapporto vaginale “secondo natura.”
E la stessa masturbazione è un atto omoerotico puro, se ci pensi si stratta ,in fondo, di fare sesso con se stessi, ovvero con lo stesso sesso. Quindi le tue argomentazioni non reggono, se non sostenute da convinzioni religiose. Puoi legittimamente pensare che Dio abbia creato uomo e donna per procreare e che le altre unioni non debbano essere considerate allo stesso modo, puoi dire che certi rapporti non li gradisci , ma non puoi dire che sono contro natura, e non puoi dire che lo sono gli omosessuali basandoti su considerazioni anatomiche o fisiologiche che dir si voglia, perché la tua stessa anatomia dimostra il contrario: nella tua prostata giace un bottom pronto a scatenarsi alla prima stimolazione in potenti orgasmi .
Ebbene si: per l’anatomia, che tu invochi come prova di conformità alla natura, gay in fondo lo sei pure tu.
Spero di non averti traumatizzato.
Risponde Francesco Restivo, corrispondente di QUORA
Parlando di sesso, anche i rapporti orali sono contro natura, così come tutte le altre pratiche non utili alla riproduzione. Anche ubriacarsi, fumare, drogarsi, tatuarsi, ricorrere alla chirurgia plastica, modificare il nostro corpo con un’alimentazione forzata o con doping al fine di raggiungere prestazioni elevate nello sport; e centinaia di altre pratiche sono contro natura.
Anche le popolazioni indigene che tramite particolari pratiche modificano il proprio corpo vanno contro natura.
Questi sono i nostri bisogni fisiologici primari: ripararci dal freddo, dal caldo e dai predatori, mangiare, evacuare, accoppiarsi in funzione della riproduzione e dormire. Ma tutti noi facciamo molto altro, in pratica siamo tutti degli snaturati.
N.d.R. : Al sesso procreativo preferisco quello ricreativo.
N A R C I S I S M O
Anna De Simone Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia.
L’abuso narcisistico è una forma di violenza psicologica perpetrata da una persona con tratti narcisistici o con disturbo narcisistico di personalità che aderisce a un modello di comportamento in cui cerca di ottenere potere, controllo e gratificazione a spese dell’altro. Chi ha spiccati tratti di personalità narcisistica o addirittura un disturbo della personalità, tende a sfruttare le loro emozioni e bisogni degli altri per alimentare il proprio senso di grandiosità e autoimportanza.
Le persone con tratti narcisistici o un disturbo di personalità narcisistica tendono ad avere un eccessivo bisogno di ammirazione, si fingono attenti e comprensivi ma in realtà, mancano del tutto di empatia verso gli altri! Presentano una visione distorta di sé in quanto si percepiscono come superiori, più competenti, capaci e, in definitiva, speciali. Nelle relazioni interpersonali, con lo scopo di ottenere conferme della propria grandiosità e auto-gratificarsi, finiscono per manipolare e danneggiare gli altri, cercando di sottometterli emotivamente fino ad annullarli. Nella relazione con un partner manipolatore, la vittima inizia a perdere terreno fino a cedere la cosa più importante che ha: la sua identità.
Le tattiche comuni utilizzate nell’abuso narcisistico includono la manipolazione emotiva, la critica costante, il sabotaggio, l’isolamento sociale, l’umiliazione pubblica, la colpevolizzazione, la proiezione delle proprie debolezze sugli altri e l’uso di ricompense e punizioni per controllare il comportamento degli altri. Nella relazioni di coppia, le ricompense e le punizioni, possono essere elargite in forma di: attenzioni, cene romantiche, carinerie… intervallate da silenzi, offese, critiche aggressive, esplosioni di rabbia. In pratica la relazione si trasforma in un ottovolante emotivo fatto a tratti da euforia e amore oppure, all’opposto, angoscia, rifiuto e devastazione.
Le vittime di abuso narcisistico spesso sperimentano un deterioramento della loro autostima, problemi di fiducia, confusione, senso di colpa e depressione. Possono sentirsi intrappolate in una relazione tossica e trovarsi in una costante lotta per soddisfare le esigenze insaziabili del narcisista.
È importante sottolineare che l’abuso narcisistico non è limitato alle relazioni romantiche, ma può verificarsi anche in famiglia, nelle amicizie, nell’ambiente di lavoro o in altri contesti sociali. Riconoscere i segni dell’abuso narcisistico è fondamentale per porre fine a tali dinamiche distruttive e cercare supporto e protezione. Ecco perché di seguito, ti proporremo alcune frasi con attente riflessioni utili per contestualizzarle. Infatti, è importante notare che queste frasi, da sole, non sono necessariamente indicative di manipolazione affettiva. È il contesto complessivo della relazione e dei comportamenti che determina se si tratta di una situazione d’abuso o meno. Se ritieni di essere coinvolto/a in una relazione manipolatoria, è fondamentale cercare il supporto di amici, familiari o professionisti qualificati.
«Sento che la mia vita mi sta sfuggendo di mano»
Questa frase può emergere come un pensiero fulmineo, legato alla lucidità del momento! Sì perché chi è intrappolato in una relazione manipolatoria è spesso poco lucido: tende ad allontanarsi dalle sue emozioni e a sentirsi confuso su ciò che prova e che desidera. L’affermazione rimanda a un senso di impotenza, la vittima sente di non avere più controllo sulla sua vita, si sente sopraffatta dalle dinamiche relazionali tanto da perdere di vista se stessa.
A questo punto, se la persona prova a rallentare i ritmi della relazione e a concentrasi su se stessa, ecco che la morsa del narcisista inizia a stringersi! Il manipolatore affettivo, infatti, può far sentire la vittima in colpa o minacciata, qualora decidesse di prendersi cura di sé stessa dedicando attenzioni ad attività che non lo coinvolgono. Le continue minacce di abbandono e le punizioni (spesso subdole) creano dipendenza emotiva e, così, la vittima rinuncia alle proprie esigenze per soddisfare quelle del manipolatore. Sente letteralmente che la sua vita le sta sfuggendo di mano perché di fatto è in balia di qualcun altro!
«Mi sento in trappola»
Come premesso, la manipolazione affettiva può creare una dipendenza psicologica dalla relazione. Il manipolatore può minacciare la vittima con reazioni di rabbia, silenzi punitivi, abbandoni e allontanamenti. Cosicché, il partner può sentirsi senza via di fuga e impotente nel porre fine alla manipolazione.
«Ciò che provo e che penso non conta nulla per lui/lei»
Il manipolatore affettivo attua una costante opera di invalidazione. Con ogni sua condotta tenta costantemente di sminuire l’altro, sia nelle sue opinioni, che nei suoi pensieri ed emozioni. I desideri, i sentimenti… e tutto ciò che riguarda la vittima, non conta o meglio, il manipolatore narcisista pone tutto su un livello di inferiorità, minando la sua fiducia che la vittima nutre in se stessa. Ciò contribuisce a creare dipendenza emotiva, alla lunga, la vittima si sente insicura e non riesce a difendere i propri bisogni.
«Non va mai bene nulla di ciò che faccio», «non è mai abbastanza!»
Chi subisce l’abuso narcisistico viene continuamente svilito. Il manipolatore affettivo, infatti, utilizza costantemente il giudizio e le critiche per minare l’autostima dell’altro e controllare così i suoi comportamenti. Chi stringe una relazione con un partner narcisista, si sente costantemente sotto esame e incapace di soddisfare le aspettative irrealistiche del manipolatore: tutto ciò che fa, non è mai abbastanza.
«Non potrò mai trovare un altro come lui/lei» oppure «nessuno mi amerà mai»
Queste affermazioni rimandano certamente al tema della manipolazione ma, ancora una volta, riportano il focus sulla dipendenza affettiva. Il manipolatore, come premesso, fa leva sui bisogni di chi ha di fronte proprio per controllarlo ed esercitare il suo potere. Così, con i suoi atteggiamenti, attua un’incessante opera di convincimento: sostenendo di essere meraviglioso, speciale e unico, finisce per convincere il partner malcapitato che nessun altro potrà mai amarlo come lui/lei. Nel farlo, ancora una volta, crea dipendenza emotiva e paura dell’abbandono. Le vittima del manipolatore, infatti, sono quelle che più hanno bisogno di rassicurazioni, sono quelle che più hanno paura di essere abbandonate a se stesse.
«Mi sento come se stessi camminando sui gusci d’uovo»
Esperienza molto comune per chi è vittima di un abuso narcisistico, è quella di essere in una situazione difficile e delicata, in cui qualsiasi azione rischia di provocare una presunta offesa all’altro. Al primo sgarro, il manipolatore infatti può scattare su tutte le furie, può affermare di sentirsi offeso nel suo altissimo valore o non apprezzato. Per questo motivo, la vittima di manipolazione affettiva vive in costante ansia e ipervigilanza, cercando di evitare qualsiasi comportamento o parola che potrebbe scatenare la rabbia o le critiche dell’altro. Ciò crea un ambiente di paura e controllo costante. A lungo andare, inconsapevolmente, il partner del narcisista manipolatore si ritroverà ad aderire e conformarsi ai desideri narcisistici per evitare conflitti o punizioni.
«È tutta colpa mia»
Tra le tecniche manipolatorie utilizzate dal narcisista vi è la colpevolizzazione del partner (e non solo!). Il narcisista non fa altro che scaricare le proprie frustrazioni (e responsabilità) sui malcapitati di turno. Per ogni problema o difficoltà che sorgono nella relazione, il colpevole è sempre il partner. Per ogni impedimento che trova sul lavoro, il colpevole è sempre il collega… Nella coppia, il partner del narcisista finirà per sentirsi responsabile di tutto e auto-incolparsi anche per situazioni che sono al di fuori del suo controllo.
È fondamentale comprendere a pieno fin dove si spinge la condotta manipolatoria che stai subendo perché, generalmente, gli effetti coercitivi si fanno sentire anche fuori dalla relazione di coppia. L’errore che commettono molte persone è quello di sottovalutare completamente le proprie risorse emotive. Anzi, nelle relazioni d’amore, molti di noi ignorano la possibilità di sfruttare su se stessi la propria capacità di cura, di attenzione e di auto-accudimento. Siamo bravissimi a prenderci cura dell’altro a farlo sentire amato ma poi, quando si tratta di noi, diventiamo pessimi. Ecco, allora, da dove partire: dal diventare più consapevoli di ciò che possiamo fare per noi stessi.
Durante la nostra crescita, ci insegnano come non deludere l’altro, ci insegnano a rispettare le regole e persino a non dar fastidio. Nessuno si prende la briga di insegnarci a “maneggiarci con cura” e “trattarci con amore”.
da QUORA
Perché noi donne facciamo così fatica a venire?
Scrive un corrispondente di QUORA, Walter Cianferra:
Ti rispondo come uomo di 63 anni. Noi uomini siamo abbastanza simili e la nostra sessualità è più semplice. Invece ogni donna è unica (e meravigliosa). Quindi, è anche unica la sua sessualità e dobbiamo scoprirla, a volte anche indovinarla.
Non è un compito facile. Quello che va bene per Tizia va male per Caia; quello che piace a Caia, dispiace a Tizia. Non sempre ci riusciamo.
E voi insoddisfatte ma ZITTE.
PARLATE con noi, chiedete, esigete. COMUNICATEVI senza vergogna. A volte per capirvi dobbiamo essere quasi chiaroveggenti, indovini, medium …. adoperare una sfera di cristallo e neanche così ….
Aiutateci ad aiutarvi.
B E L L E Z Z A E R E L A T I V I T A’
La bellezza è relativa.
Alcuni pensano che hai la donna più bella
quando tutti si girano a guardarla.
Io credo che ce l’hai quando
non sei più tu a girarti
per guardare le altre.
Charles Bukowski.
Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologia.
Dott.ssa in biologia e psicologia. Esperta in genetica del comportamento e neurobiologa.
Sei brava/o a distinguere chi ti vuole genuinamente bene da chi, invece, ti usa per alimentare il suo insaziabile ego? In teoria, discernere il bene dal male non dovrebbe essere così difficili ma in pratica lo è, e anche tanto. Falliamo in questa impresa tutte le volte che riponiamo la nostra fiducia nella persona sbagliata, tutte le volte che sistematicamente ci deludono, tradiscono e che, in qualche modo, ci fanno sentire usati, sviliti e ignorati. Ignorati nei nostri bisogni di stima, validazione e affetto. Già, perché chi ti sta accanto per rinforzare il suo ego, ignora completamente cosa vuoi tu: è dannatamente concentrato su se stesso.
A tutti può capitare di riporre fiducia e speranze nella persona sbagliata, tuttavia, una volta notato il gap relazionale, chi sa discernere il bene per sé dal male per sé, sa come correre ai ripari e impara dall’esperienza. Al contrario, chi non riesce a fare agilmente questa distinzione, si ritrova spesso in relazioni del tutto sbilanciate e fa fatica a uscirne. A volte, distinguere ciò che è davvero bene per sé non è facile, perché nella nostra storia personale, nessuno ce l’ha mai mostrato davvero, in più, chi tenta di sminuirci, spesso lo fa in modo subdolo ed è molto bravo a camuffare i suoi reali scopi. Allora vediamo quali sono le caratteristiche tipiche di chi, per stare bene con se stesso, ha bisogno di farti sentire sbagliato e quali sono le frasi che potrebbero fungere da campanellino d’allarme.
Chi ha un ego insaziabile, dà un’immagine di sé irrealistica e, in parallelo, usa il riconoscimento esterno per compensare i propri vuoti e gli inaccettabili fallimenti personali. Tutti noi cerchiamo accettazione e consenso all’esterno, e fin qui è tutto bene: siamo animali sociali, abbiamo bisogno di sperimentare senso di appartenenza e gratificazione interpersonale e questi bisogni possono essere soddisfatti instaurando rapporti paritetici fatti di stima reciproca. Il problema insorge quando il riconoscimento esterno viene ricercato con la svalutazione, il controllo e il dominio sull’altro.
Queste persone, infatti, stanno bene con se stesse solo quando possono sentirsi migliori degli altri, le ho definite con un «ego insaziabile» perché è talmente grande la precarietà affettiva che si portano dentro, da essere impossibile da colmare, almeno non dall’esterno, almeno senza una profonda presa di consapevolezza. In realtà, queste sono così barricate nel loro stesso ego, da perdere ogni lucidità: esistono solo loro, ciò che pensano e ciò che vogliono. Gli altri non sono altro che strumenti e guai a farli sentire incompresi: uno dei tanti modi che hanno per piegare l’identità altrui e il non accettare che si possano avere valori diversi dai propri. Nelle relazioni che stringono, se l’altro ha idee diverse, semplicemente non ha valore, non viene accettato. L’accettazione, infatti, può passare solo per l’accondiscendenza più totale.
Quel grande ego smisurato e insaziabile, finisce per dissipare le energie altrui, per esercitare controllo, umiliare, disprezzare e distruggere tutto ciò che ha a tiro, fino a sminuire anche la più nobile e benevola delle intenzioni. Si nutre delle attenzioni degli altri ma non lo fa sempre in modo palese: l’ego insaziabile, infatti, è ben nascosto sotto una scintillante armatura costruita ad hoc. In più, l’ego insaziabile può indossare diverse armature, tante quanto sono le occasioni: più che una persona, ti ritrovi davanti un prestigiatore che fa giochi di magia distorcendo fatti ed emozioni. L’armatura più usata è quella del cavaliere senza macchia e senza paura, che si prodiga per gli altri. Un’armatura mantenuta scintillante per raccogliere consensi.
Esistono, poi, molte variabili, spesso l’armatura scintillante proietta un’immagine sempre affaccendata: tempo e risorse, all’apparenza, sono investiti in una «più alta causa»: il lavoro, la famiglia, il volontariato… Attenzione! È bellissimo dedicare del tempo ai propri affetti, avere ambizioni lavorative o fare volontariato, ma queste persone, enfatizzano il sacrificio. In fondo, se si sacrifica e se si sta impegnando così tanto per gli altri e non per sé, come potrebbe essere accusato di egocentrismo?
Queste persone, nelle relazioni, possono essere estremamente caustiche, corrodono anche la personalità più forte e tenace. La difficoltà sta nel fatto che all’apparenza non sono «persone tossiche» (estremamente lamentose, che parlano male di tutti…), sono piuttosto degli affabulatori, dei racconta storie che condiscono la realtà a loro piacimento, che possono dartela vinta al momento ma che poi hanno sempre in serbo per te una frecciatina, un rimprovero, un’osservazione scomoda da fare. Per queste persone c’è sempre un però, c’è sempre un ma, «Sì, tutto è bello ma…»; c’è sempre un modo più o meno velato per farti pesare tutto, ciò che hai fatto e ciò che non hai fatto. Come premesso, riescono a sentirsi soddisfatte, solo facendoti sentire in difetto.
Chi ha un ego vuoto può sfruttare falsi complimenti per screditarti . I falsi complimenti finiscono spesso con un punto interrogativo, un punto di domanda che però non solleva un dubbio concreto, piuttosto sottolinea un’ipotetica fragilità.
Altre frasi possono svalutare qualcosa che fai, sfruttando una generalizzazione o riportando casi reali o fittizi. Per esempio, ti sei laureato e, dopo repentine congratulazioni, ecco che arriva: «anche Tizio ha la tua stessa laurea, ora lavora nella paninoteca in fondo alla strada, speriamo che a te vada meglio». Oppure, hai vinto un concorso «beh, ormai tutti possono farlo, non è più come una volta…» o ancora «beato te, a me queste fortune non capitano mai», per sottintendere che non hai alcuna abilità, che sei solo stato baciato dalla fortuna mentre lei/lui, le cose, deve sudarsele. Sì, perché l’armatura scintillante che mostrano è quella di una persona che non ha mai avuto alcuno sconto dalla vita, come se tutti gli altri, invece, avessero trovato realizzazioni pronte all’uso in confezioni regalo! E, come se non bastasse, le realizzazioni degli altri sono sempre banali e scontate ma non le sue, le sue sono sempre imprese epiche!
Altri esempi di svalutazioni vertono sull’invalidazione di un’esperienza o un traguardo. Per esempio: «ho fatto un corso d’inglese, mi è piaciuto tantissimo». La replica: «Sì, sono contentissima per te, ma l’hai fatto con un madrelingua? Dovresti trascorrere qualche mese all’estero come ho fatto io, è l’unico modo vero per imparare la lingua». Lo scopo è quello di spegnere l’entusiasmo e la validità dell’impresa dell’altro.
«Carina quella borsa, ormai si vedono tanti falsi in giro». Una velata frecciatina sull’autenticità dell’accessorio che indossi. Queste persone hanno sempre da mettere becco su come gestisci il tuo tempo, il tuo denaro, le scelte che fai… lo fanno sentendosi legittimati. Si prendono anche più confidenze del dovuto e non si inalberano se tu provi a mettere distanze: sono bravissimi a fare gli offesi e si vendono egregiamente come vittime.
In tutte le frasi c’è una costante: una netta incongruenza. Quando un complimento non è esattamente un complimento e quando una domanda in realtà nasconde un’allusione scomoda, l’interlocutore è disorientato e, nella più calda ingenuità, si tende a ignorare il messaggio sgradito che però, avrà sortito il suo effetto: avrà istillato dubbi, avrà creato una crepa, avrà fatto sentire l’altro migliore.
Condivido con voi un’esperienza personale: un episodio vero e molto emblematico. Sono nella sala d’attesa di un centro medico. Un uomo non sa come azionare la macchinetta automatica che eroga bibite. La moglie mi chiede di aiutarlo. L’uomo è restio ma dopo qualche minuto e diversi tentativi falliti, accetta suo malgrado il mio aiuto: la moglie aveva sollecitato il mio intervento in quanto aveva un forte calo di pressione.
Mi avvicino alla macchinetta, inserisco una moneta, immetto il codice e la bibita esce puntuale: porgo la bibita alla moglie. Sto per andare via quando l’uomo esordisce: «Senta, qui ci sono 50 centesimi di resto, ma non è capace neanche a prendersi il resto?». Un uomo decisamente corrosivo, troppo preso da se stesso e dalle sue paure per ammettere una banale difficoltà. Pur di non accettare un limite (in questo caso, una palese difficoltà con la tecnologia), quell’uomo stava causando disagio a sua moglie e ha sentito il bisogno di sminuire il mio gesto.
Alcune persone sono così rigide che, per loro, ammettere un limite, significa ammettere di non valere. Vivono una precarietà interiore tale da dover riversare tutto il loro malessere nel mondo che li circonda. Una condizione molto triste che solo raramente riesce a trovare un aiuto adeguato: come premesso, queste persone mancano completamente di capacità introspettiva. Non potendo leggersi dentro, spostano tutto all’esterno.
A volte, le critiche sono spudorate, altre volte sono nascoste ma in tutti i casi, non raccontano nulla su chi le riceve, raccontano piuttosto il mondo emotivo di chi le muove. Chi sta in pace con se stesso non sente il bisogno di sminuire il tuo nuovo lavoro, non sente il bisogno di dire «acquistare un’auto super-accessoriata è una cazzata, fai lievitare il prezzo per nulla, è da fessi», dopo che ha saputo del tuo ultimo acquisto full optional.
Ma se non è un’auto, è lo smartphone, il vestito, le scarpe, il tuo aspetto, i tuoi capelli… queste persone trovano sempre il modo di disprezzarti, e lo fanno! Lavorare sui propri confini, sul proprio valore personale e senso di auto-efficacia, è l’antidoto migliore per qualsiasi critica, anche alla più distruttiva e subdola di tutte!
Dobbiamo stabilire dei limiti. Non bisogna tollerare critiche e disprezzo celato. Il disprezzo costante è un abuso psicologico che può danneggiare chi ha già delle fragilità di fondo. Non possiamo normalizzare il disprezzo. Permettere agli altri di sminuirci significa precipitare in un abisso in cui perdiamo di vista il nostro valore. Allora cosa fare? Per cambiare radicalmente la tua vita, inizia a formarti e a capire come funzionano davvero le cose.
Esiste una realtà ben concreta in cui tu sei al centro della tua vita. In cui tutti i tuoi bisogni hanno un senso, vanno ascoltati e appagati! Una realtà in cui puoi affermare te stesso, accoglierti e amarti. In tal modo, attrarrai a te solo persone che sono capaci di darti la considerazione che meriti. Che, come nel mio esempio, hanno cura del legame che instaureranno con te. Non si tratta di un’utopia. Tutto questo è possibile e puoi averlo in tutti i rapporti.
M A T R I M O N I D I O G G I (preziosi che si stanno svalutando)
Prima l’anello (d’oro),
poi il braccialetto (elettronico).
Insomma, una collana (di conflitti).
U N C O M A N D A M E N T O S B A G L I A T O
Nono Comandamento: Non desiderare la donna d’altri.
Decimo Comandamento: Non desiderare la roba d’altri.
La donna, allora, alla stessa stregua della roba, è proprietà dell’uomo?
Il Dio della Bibbia, creato da civiltà moralmente e civilmente patriarcali, ne riflette e rappresenta le mentalità ed i precetti che in essa sono codificati. È un Dio patriarcale quello che ha ispirato e dettato i Dieci Comandamenti.
È a questo Dio e a questi principi che si riferiscono i moniti comportamentali della Chiesa Cattolica: vengono insegnati nel Catechismo.
E la storia di Giulia Cecchettin e di Filippo Turetta ne è la tragica deriva.
Si badi bene. La povera ragazza era uscita dal rapporto di appartenenza col giovane Filippo, non per tradirlo con un altro, ma solo per appartenere a se stessa, per autoaffermarsi, nei propri studi e nella realizzazione di sé, per la propria autostima. Stava per laurearsi prima del compagno: questa è stata la trasgressione. E il femminicidio non è avvenuto per amore, malinteso o tossico che fosse, ma soltanto per invidia di genere che Filippo Turetta non ha saputo accettare e sopportare.
Capita a tutti: abbiamo passato dei bei momenti con il partner, abbiamo condiviso tante cose, ma non sempre tutto va come dovrebbe e siamo al punto in cui il rapporto fa stare male. Quando una relazione è sbilanciata (in termini di amore, dedizione, attenzione, impegno, rispetto), bisogna decidere se rimanere fedeli a un amore sbilanciato (quindi non corrisposto) o restare fedeli a se stessi. Questa è la scelta che siamo chiamati a compiere, questa è la nostra responsabilità.
Risalire ai fattori che possono avere determinato queste differenze resta un’operazione estremamente complessa. Queste caratteristiche che ogni persona ha avuto in eredità, sono sempre la risultante di come siamo stati cresciuti dai nostri genitori o da persone che per prime si sono presi cura di noi. Tutto questo avviene quando ancora le strutture mentali non possiedono una forma definita e ogni aspetto della personalità è in piena fase di costruzione.
Già nei primi momenti di vita, il bambino può acquisire esperienze negative non sempre semplici da digerire. Per ipotesi, diamo all’inconscio una dimensione e immaginiamocelo come un apparato digerente. Ogni giorno della vita, l’inconscio è alimentato da esperienze belle e brutte che riesce più o meno a digerire e modellarsi di conseguenza. Un inconscio ben nutrito sarà sano e in forma, privo di ogni conseguenza.
Per rendere meglio il concetto: se ci capita di ingoiare un pezzo di vetro, questo non potrà essere scisso in alcun principio attivo, resterà lì e non riuscirà a dissolversi in nessun modo. Col passare degli anni, quel pezzo di vetro resterà integro nel nostro inconscio, mantenendo la forma originaria, ovvero come un oggetto estraneo. Bene, quell’oggetto estraneo è il nostro trauma. Non processato e non elaborato. Nei casi migliori, quel corpo estraneo diventa causa di disarmonie mentre nei casi peggiori, causa conseguenze più tangibili che prendono la forma di una ferita interiore che in un certo senso resterà sempre aperta.
È come se la caratteristica di fare di più di quanto facciano loro risponda a un bisogno personale inconsapevole. Un esempio può essere la necessità di porsi sempre in una posizione di “credito”, e mai in una posizione di “debito”.
Per molte persone è difficile pensare di dover qualcosa all’altro. Al contrario, ci si sente molto più sereni nell’essere dalla parte di chi dà, invece che ricevere. Ragionare sulle motivazioni profonde che ispirano questo tipo di rapporto con l’altro significa ripercorrere la propria storia personale; riflettere sulle emozioni, i bisogni, le paure che si associano a questo tipo di relazione. Si tratta di un lavoro difficile da spiegare a parole perché unico e diverso per ogni persona, così come uniche e diverse sono le esperienze di vita che hanno costruito un certo tipo di atteggiamento nei confronti del mondo.
Si diventa insicuri, inadeguati, non meritevoli d’amore. Una condizione costante, anche se disfunzionale; quasi come se fosse una sorta di seconda pelle cucita addosso che ci porta ad adottare comportamenti più disparati pur di soddisfare ogni bisogno del partner e scongiurare così il rischio dell’abbandono e dell’ennesima sofferenza. Si asseconderà l’altro/a, sacrificandosi per lui/lei e preoccupandosi in tutto e per tutto del suo benessere, così da colmare le carenze affettive, emotive nonostante l’assenza, la svalutazione e la mancanza di riconoscimento da parte dell’altro.
Amare una persona richiede reciprocità, preoccupazione e compromesso. Certo, è inevitabile dipendere dalla persona che si ama, soprattutto quando fa parte della nostra vita in modo così intimo e speciale. E’ legittimo preoccuparsi di tutto quello che fa, che esprime e che pensa.
Tuttavia, è necessario essere in armonia con le nostre emozioni se teniamo alla nostra salute emotiva. Dare tutto all’altro fino al punto di rimanere vuoti, ci trasforma in una specie di piccolo satellite che ruota attorno a un pianeta senza mai cambiare orbita. In pratica entriamo nell’orbita della dipendenza affettiva.
Se ne diventiamo consapevoli possiamo invertire la rotta per intraprendere una nuova strada…. quella che porta all’autoconsapevolezza, alla volontà di emergere e sentirsi apprezzati e meritevoli di rispetto e attenzioni. Se ti trovi in una relazione sbilanciata voglio spiegarti come stai sprecando qualcosa di prezioso: la tua vita
È molto comune intraprendere una relazione malsana senza nemmeno rendersene conto, una relazione in cui si mettono i desideri e i capricci dell’altra persona al primo posto, anche al di sopra dei propri. Il problema è che lo stai facendo di tua spontanea volontà e con amore, perché pensi sia giusto doverlo fare. In realtà, stai solo elemosinando amore da una persona che non ti corrisponde
Sappi che arriverà un giorno in cui ti sentirai davvero frustrata/o perché ti renderai conto che non sei mai stata apprezzata/o, che non ti è mai stato riconosciuto nulla. Aprirai gli occhi e vedrai quella realtà che cerchi di nascondere a tutti i costi: di essere stata/o una marionetta nelle mani di chi ha voluto fare leva sulle tue fragilità.
Il tuo partner non ha le chiavi della tua felicità. Non puoi anteporre i suoi bisogni e i suoi interessi alla tua famiglia, al tuo lavoro, ai tuoi interessi.. È giusto? Assolutamente no. È così che si rischia di cadere nella dipendenza emotiva, di dimenticarsi di sé stessi…..e per cosa? Per concentrarti sull’altra persona. Arriverà un giorno in cui tutto questo più che renderti felice ti distruggerà emotivamente.
Dire no significa negare. E negare è qualcosa di inconcepibile quando si è innamorati. Come si può negare qualcosa alla persona che si ama? Come scegliere diversamente da quello che dice il proprio partner? Si ha paura a contrariare, disturbare o inquietare la persona amata, e per questo molta gente mette da parte l’assertività necessaria, ossia il difendere ed esprimere quello che si sente, che si crede o di cui si ha bisogno.
Può sembrare esagerato, ma chi è invischiato in una relazione sbilanciata vive l’amore in modo eccessivo. Se non ricevono dimostrazioni d’affetto quotidianamente, se non si sentono amate o, ancor di più, se non hanno un partner, si vedono come le persone più sfortunate al mondo. Persone che non concepiscono il fatto di vivere senza un compagno o una compagna, per esempio. Queste persone hanno bisogno di essere amate per sentirsi bene con sé stesse e per valorizzarsi. Se non si sentono confermate da una persona al proprio lato, soffrono di una grande infelicità.
La dipendenza emotiva è un’ossessione, e le ossessioni richiedono controllo, alimentano la sfiducia e la gelosia. Di sicuro ti è capitato qualche volta di voler controllare l’altro! E allora ecco che lo/la “insegui” virtualmente con telefonate, messaggi, mail, chat e via dicendo perché proprio non puoi farne a meno. Stai manifestando una mania del controllo ingiustificata, un atteggiamento che non porta nulla di buono in una relazione.
Non adattarti a un amore non corrisposto, con l’idea che non possa esserci dell’altro, perché tu puoi avere molto di più. Ma dipende soprattutto da te, dalle tue scelte, dalle tue azioni, e da quanto credi di meritare. Se ancora stai leggendo questo articolo, forse hai davvero voglia di rinegoziare le tue scelte di vita.
Mi piace pensare che ognuno di noi ha due immense dosi d’amore da donare. La prima dose è destinata a sé, ci spetta per diritto, è nostra. La seconda dose può essere donata agli altri.
Non ti chiederò di smettere di amare chi non ti ama, sarebbe folle. Ma posso invitarti a donare a te stesso quell’amore che finora ti sei negato. Posso invitarti a investire più energie in te stesso, nella splendida persona che sei. Potrei dirti di iniziare un nuovo hobby o riscoprire passioni dimenticate, potrei dirti di chiamare un vecchio amico, passare del tempo nella natura…
Queste sono tutte attività costruttive, ma solo tu sai cosa ti piace e cosa può farti stare bene: ogni giorno, scegli di fare qualcosa per te stesso, che sia un piccolo gesto o un’attività che richiede ore, non importa, ciò che conta è iniziare a dedicarti quelle attenzioni che un tempo ti sono state negate, quei riconoscimenti che meriti da una vita; ciò che conta è che inizi a destinarti quella prima dose d’amore. La meriti.
Probabilmente no. Sceglieresti un terreno che possa accogliere e nutrire quel seme. E allora perché non fai lo stesso per la tua mente, il tuo corpo, le tue relazioni e i tuoi sogni? Nel mio secondo libro «d’Amore ci si ammala, d’Amore si Guarisce» (editore Rizzoli) ti spiego come prenderti cura di te e disinnescare le dinamiche relazionali più scomode, sia in coppia che in famiglia. È un viaggio introspettivo che ti consentirà di trasformare le tue ferite e la tua attitudine difensiva in un’inattaccabile amor proprio. Già, perché l’armatura che più di tutte può difenderti (dalle umiliazioni, dai torti, dalle delusioni e dalla rabbia…) è proprio l’amor di sé. Perché come ho scritto nell’introduzione al mio libro: “Non è mai l’amore di un altro che ti guarisce ma l’amore che decidi di dare a te stesso”.
solo dove
tu sarai
io sarò….
F E M M I N I C I D I
da QUORA
Riporta Flavio T. , corrispondente di QUORA.
un autorevole appello ai Padri e a tutti i maschi contro la piaga dei femminicidi nel nostro paese..
19 nov.
Condivido questo articolo dello psichiatra psicoterapeuta, ricercatore e divulgatore Alberto Pellai, che ha dedicato la maggior parte del suo impegno all’adolescenza e alle sue fragilità, con una particolare attenzione a quella maschile:
LETTERA A NOI PADRI
La morte di Giulia ci interpella tutti, noi maschi, uomini, padri, compagni di vita. Non possiamo non sentirci addosso tutto il dolore del mondo. Giulia è anche nostra figlia. Così come il suo assassino. Sono i figli e le figlie che cresciamo nelle nostre vite, nelle nostre famiglie. Sono i figli e le figlie a cui consegniamo la vita con cui li abbiamo messi al mondo perché la rendano quel territorio in cui diventare chi davvero vogliono essere. In questo progetto educativo, devono imparare che non possono esistere parole come possesso, sopruso, sopraffazione. Lo devono sapere le nostre figlie, prima di tutto. Perché se solo un amore si contamina con queste parole allora da lì si deve fuggire. E denunciare. Lo devono però prima di tutto imparare i nostri figli. La sfida enorme con i nostri figli maschi non è solo insegnare loro a non essere violenti, cosa fondamentale, sia chiaro. La vera sfida è quella di insegnare loro ad essere “veri” con se stessi. A comprendere che costruire una storia d’amore significa esercitare tre competenze fondamentali dentro una relazione: rispetto, responsabilità ed empatia. Che vanno insegnate ancora prima della non violenza. Perché se apprendi queste tre competenze, allora la violenza non entrerà mai nella tua vita, il possesso non comparirà mai come bisogno dentro una storia d’Amore.
Cari padri, il cambiamento nella vita dei nostri figli maschi può avvenire a partire da noi. Siamo figli di padri che ci hanno amati e cresciuti, ma che quasi mai sono riusciti a dirci: “Ti voglio bene, figlio mio”. Siamo figli di padri che quasi mai sono stati capaci di vedere le nostre lacrime, anche quando era impossibile non farlo. Siamo figli di uomini che non hanno quasi mai saputo parlarci del sesso, dell’amore, del corpo che cambia, della pubertà. Eppure questi temi sono di importanza cruciale nella vita di un ragazzo.
Noi padri siamo i compagni di viaggio che stanno davanti, di fianco e dietro a un figlio che a sua volta diventerà uomo. Nel vivergli accanto possiamo mostrargli cosa vuol dire per noi uomini essere persone vere. Possiamo aiutarlo a non temere la tristezza e a trasformare la paura in coraggio. Possiamo educarlo a tenere alto lo sguardo sugli altri e sulla vita facendo del nostro sguardo uno specchio in cui lui stesso può riflettersi per cercare quell’immagine identitaria che ancora gli appare sfocata e poco definita, così come deve essere alla sua età.
Noi padri possiamo rendere la relazione con i nostri figli un’occasione di allenamento al rispetto e alla verità, un laboratorio dove si discute dell’amore e della sessualità, uno spazio di vita in cui – aiutando loro a diventare gli uomini che vogliono essere – diventiamo noi stessi uomini più completi e più veri.
Siamo noi padri gli scultori di un nuovo modo di essere maschi e uomini in questo terzo millennio, in cui i nostri figli si trovano spesso sospesi tra il falso mito del vero uomo e il bisogno profondo di diventare uomini veri.
(Tratto da “Ragazzo mio. Lettera agli uomini veri di domani” di A. Pellai, De Agostini ed.).
Con un enorme dolore, oggi, mi sento padre di Giulia e anche padre del suo assassino. Sento dentro di me tutto il dolore del mondo. E comprendo che la rivoluzione più necessaria oggi è quella che dobbiamo fare noi padri.
Se volete e potete condividete questo messaggio con un uomo.
F E M M I N I C I D I
Da QUORA
Scrive Flavio T., corrispondente di QUORA.
Giulia è stata uccisa da chi diceva di amarla.
E’ stata buttata come uno straccio vecchio giù da un burrone.
Come un oggetto.
Perché è così che molti uomini vedono la donne.
Non c’è età o origine culturale che possano fare la differenza.
Si uccide la donna quando non si riesce più a controllarla.
Giulia aveva una colpa.
Un futuro che e’ stato barbaramente interrotto per sempre.
Non trovo piu’ parole degne per rappresentare il genere maschile quando compie questi atti.
Sono disgustato e mi vergogno di essere un uomo.
Inutile oggi predicare cosa bisogna o non bisogna fare.
Inutile oggi polemizzare.
Giulia e’ morta, ammazzata da un ragazzo di “buona famiglia” e di aspetto mite.
Giulia, come tutte le altre donne uccise, non è morta.
Vive per urlare che la libertà vale più di mille parole.
Amen.
R E L A Z I O N I A S I M M E T R I C H E
Autore: Ana De Simone, psicologo esperto in psicobiologia
Autore dei bestseller «Riscrivi le pagine della tua vita» e «d’Amore ci si Ammala, d’Amore si Guarisce»
Sei brava/o a distinguere chi ti vuole genuinamente bene da chi, invece, ti usa per alimentare il suo insaziabile ego? In teoria, discernere il bene dal male non dovrebbe essere così difficili ma in pratica lo è, e anche tanto. Falliamo in questa impresa tutte le volte che riponiamo la nostra fiducia nella persona sbagliata, tutte le volte che sistematicamente ci deludono, tradiscono e che, in qualche modo, ci fanno sentire usati, sviliti e ignorati. Ignorati nei nostri bisogni di stima, validazione e affetto. Già, perché chi ti sta accanto per rinforzare il suo ego, ignora completamente cosa vuoi tu: è dannatamente concentrato su se stesso.
A tutti può capitare di riporre fiducia e speranze nella persona sbagliata, tuttavia, una volta notato il gap relazionale, chi sa discernere il bene per sé dal male per sé, sa come correre ai ripari e impara dall’esperienza. Al contrario, chi non riesce a fare agilmente questa distinzione, si ritrova spesso in relazioni del tutto sbilanciate e fa fatica a uscirne. A volte, distinguere ciò che è davvero bene per sé non è facile, perché nella nostra storia personale, nessuno ce l’ha mai mostrato davvero, in più, chi tenta di sminuirci, spesso lo fa in modo subdolo ed è molto bravo a camuffare i suoi reali scopi. Allora vediamo quali sono le caratteristiche tipiche di chi, per stare bene con se stesso, ha bisogno di farti sentire sbagliato e quali sono le frasi che potrebbero fungere da campanellino d’allarme.
Chi ha un ego insaziabile, dà un’immagine di sé irrealistica e, in parallelo, usa il riconoscimento esterno per compensare i propri vuoti e gli inaccettabili fallimenti personali. Tutti noi cerchiamo accettazione e consenso all’esterno, e fin qui è tutto bene: siamo animali sociali, abbiamo bisogno di sperimentare senso di appartenenza e gratificazione interpersonale e questi bisogni possono essere soddisfatti instaurando rapporti paritetici fatti di stima reciproca. Il problema insorge quando il riconoscimento esterno viene ricercato con la svalutazione, il controllo e il dominio sull’altro.
Queste persone, infatti, stanno bene con se stesse solo quando possono sentirsi migliori degli altri, le ho definite con un «ego insaziabile» perché è talmente grande la precarietà affettiva che si portano dentro, da essere impossibile da colmare, almeno non dall’esterno, almeno senza una profonda presa di consapevolezza. In realtà, queste sono così barricate nel loro stesso ego, da perdere ogni lucidità: esistono solo loro, ciò che pensano e ciò che vogliono. Gli altri non sono altro che strumenti e guai a farli sentire incompresi: uno dei tanti modi che hanno per piegare l’identità altrui e il non accettare che si possano avere valori diversi dai propri. Nelle relazioni che stringono, se l’altro ha idee diverse, semplicemente non ha valore, non viene accettato. L’accettazione, infatti, può passare solo per l’accondiscendenza più totale.
Quel grande ego smisurato e insaziabile, finisce per dissipare le energie altrui, per esercitare controllo, umiliare, disprezzare e distruggere tutto ciò che ha a tiro, fino a sminuire anche la più nobile e benevola delle intenzioni. Si nutre delle attenzioni degli altri ma non lo fa sempre in modo palese: l’ego insaziabile, infatti, è ben nascosto sotto una scintillante armatura costruita ad hoc. In più, l’ego insaziabile può indossare diverse armature, tante quanto sono le occasioni: più che una persona, ti ritrovi davanti un prestigiatore che fa giochi di magia distorcendo fatti ed emozioni. L’armatura più usata è quella del cavaliere senza macchia e senza paura, che si prodiga per gli altri. Un’armatura mantenuta scintillante per raccogliere consensi.
Esistono, poi, molte variabili, spesso l’armatura scintillante proietta un’immagine sempre affaccendata: tempo e risorse, all’apparenza, sono investiti in una «più alta causa»: il lavoro, la famiglia, il volontariato… Attenzione! È bellissimo dedicare del tempo ai propri affetti, avere ambizioni lavorative o fare volontariato, ma queste persone, enfatizzano il sacrificio. In fondo, se si sacrifica e se si sta impegnando così tanto per gli altri e non per sé, come potrebbe essere accusato di egocentrismo?
Queste persone, nelle relazioni, possono essere estremamente caustiche, corrodono anche la personalità più forte e tenace. La difficoltà sta nel fatto che all’apparenza non sono «persone tossiche» (estremamente lamentose, che parlano male di tutti…), sono piuttosto degli affabulatori, dei racconta storie che condiscono la realtà a loro piacimento, che possono dartela vinta al momento ma che poi hanno sempre in serbo per te una frecciatina, un rimprovero, un’osservazione scomoda da fare. Per queste persone c’è sempre un però, c’è sempre un ma, «Sì, tutto è bello ma…»; c’è sempre un modo più o meno velato per farti pesare tutto, ciò che hai fatto e ciò che non hai fatto. Come premesso, riescono a sentirsi soddisfatte, solo facendoti sentire in difetto.
Chi ha un ego vuoto può sfruttare falsi complimenti per screditarti. I falsi complimenti finiscono spesso con un punto interrogativo, un punto di domanda che però non solleva un dubbio concreto, piuttosto sottolinea un’ipotetica fragilità.
Altre frasi possono svalutare qualcosa che fai, sfruttando una generalizzazione o riportando casi reali o fittizi. Per esempio, ti sei laureato e, dopo repentine congratulazioni, ecco che arriva: «anche Tizio ha la tua stessa laurea, ora lavora nella paninoteca in fondo alla strada, speriamo che a te vada meglio». Oppure, hai vinto un concorso «beh, ormai tutti possono farlo, non è più come una volta…» o ancora «beato te, a me queste fortune non capitano mai», per sottintendere che non hai alcuna abilità, che sei solo stato baciato dalla fortuna mentre lei/lui, le cose, deve sudarsele. Sì, perché l’armatura scintillante che mostrano è quella di una persona che non ha mai avuto alcuno sconto dalla vita, come se tutti gli altri, invece, avessero trovato realizzazioni pronte all’uso in confezioni regalo! E, come se non bastasse, le realizzazioni degli altri sono sempre banali e scontate ma non le sue, le sue sono sempre imprese epiche!
Altri esempi di svalutazioni vertono sull’invalidazione di un’esperienza o un traguardo. Per esempio: «ho fatto un corso d’inglese, mi è piaciuto tantissimo». La replica: «Sì, sono contentissima per te, ma l’hai fatto con un madrelingua? Dovresti trascorrere qualche mese all’estero come ho fatto io, è l’unico modo vero per imparare la lingua». Lo scopo è quello di spegnere l’entusiasmo e la validità dell’impresa dell’altro.
«Carina quella borsa, ormai si vedono tanti falsi in giro». Una velata frecciatina sull’autenticità dell’accessorio che indossi. Queste persone hanno sempre da mettere becco su come gestisci il tuo tempo, il tuo denaro, le scelte che fai… lo fanno sentendosi legittimati. Si prendono anche più confidenze del dovuto e non si inalberano se tu provi a mettere distanze: sono bravissimi a fare gli offesi e si vendono egregiamente come vittime.
In tutte le frasi c’è una costante: una netta incongruenza. Quando un complimento non è esattamente un complimento e quando una domanda in realtà nasconde un’allusione scomoda, l’interlocutore è disorientato e, nella più calda ingenuità, si tende a ignorare il messaggio sgradito che però, avrà sortito il suo effetto: avrà istillato dubbi, avrà creato una crepa, avrà fatto sentire l’altro migliore.
Condivido con voi un’esperienza personale: un episodio vero e molto emblematico. Sono nella sala d’attesa di un centro medico. Un uomo non sa come azionare la macchinetta automatica che eroga bibite. La moglie mi chiede di aiutarlo. L’uomo è restio ma dopo qualche minuto e diversi tentativi falliti, accetta suo malgrado il mio aiuta: la moglie aveva sollecitato il mio intervento in quanto aveva un forte calo di pressione.
Mi avvicino alla macchinetta, inserisco una moneta, immetto il codice e la bibita esce puntuale: porgo la bibita alla moglie. Sto per andare via quando l’uomo esordisce: «Senta, qui ci sono 50 centesimi di resto, ma non è capace neanche a prendersi il resto?». Un uomo decisamente corrosivo, troppo preso da se stesso e dalle sue paure per ammettere una banale difficoltà. Pur di non accettare un limite (in questo caso, una palese difficoltà con la tecnologia), quell’uomo stava causando disagio a sua moglie e ha sentito il bisogno di sminuire il mio gesto.
Alcune persone sono così rigide che, per loro, ammettere un limite, significa ammettere di non valere. Vivono una precarietà interiore tale da dover riversare tutto il loro malessere nel mondo che li circonda. Una condizione molto triste che solo raramente riesce a trovare un aiuto adeguato: come premesso, queste persone mancano completamente di capacità introspettiva. Non potendo leggersi dentro, spostano tutto all’esterno.
A volte, le critiche sono spudorate, altre volte sono nascoste ma in tutti i casi, non raccontano nulla su chi le riceve, raccontano piuttosto il mondo emotivo di chi le muove. Chi sta in pace con se stesso non sente il bisogno di sminuire il tuo nuovo lavoro, non sente il bisogno di dire «acquistare un’auto super-accessoriata è una cazzata, fai lievitare il prezzo per nulla, è da fessi», dopo che ha saputo del tuo ultimo acquisto full optional.
Ma se non è un’auto, è lo smartphone, il vestito, le scarpe, il tuo aspetto, i tuoi capelli… queste persone trovano sempre il modo di disprezzarti, e lo fanno! Lavorare sui propri confini, sul proprio valore personale e senso di auto-efficacia, è l’antidoto migliore per qualsiasi critica, anche alla più distruttiva e subdola di tutte!
Dobbiamo stabilire dei limiti. Non bisogna tollerare critiche e disprezzo celato. Il disprezzo costante è un abuso psicologico che può danneggiare chi ha già delle fragilità di fondo. Non possiamo normalizzare il disprezzo. Permettere agli altri di sminuirci significa precipitare in un abisso in cui perdiamo di vista il nostro valore. Allora cosa fare? Per cambiare radicalmente la tua vita, inizia a formarti e a capire come funzionano davvero le cose.
Esiste una realtà ben concreta in cui tu sei al centro della tua vita. In cui tutti i tuoi bisogni hanno un senso, vanno ascoltati e appagati! Una realtà in cui puoi affermare te stesso, accoglierti e amarti. In tal modo, attrarrai a te solo persone che sono capaci di darti la considerazione che meriti. Che, come nel mio esempio, hanno cura del legame che instaureranno con te. Non si tratta di un’utopia. Tutto questo è possibile e puoi averlo in tutti i rapporti. Ho scritto un libro sull’argomento che, per il suo approccio pratico, è annoverato tra i libri più consigliati dagli psicoterapeuti: s’intitola «d’Amore ci si Ammala, d’Amore si Guarisce». Non farti ingannare dal titolo, ti assicuro che non parla di cuori infranti ma ti prende per mano e ti guida nel percorso di affermazione di sé! Lo puoi trovare in tutte le libreria o su Amazon.