Numero3765.

 

CERTEZZA   E   VERITA’

 

Accetta sempre la verità da chi te la dice,

francamente, senza la volontà di ferirti,

ma non rinuncia, comunque, a dirtela,

perché la verità non è un’arma ma, anche

se scomoda, è una mano tesa da un amico.

 

Quante volte ti sei fermato alla comodità

della sicurezza, senza verificare mai se

fosse anche verità: quanto più essa è facile

da accettare, tanto più tenti di farla passare

per vera, a priori, senza alcun filtro critico.

 

E se, un bel giorno, ti accorgi che ciò che

ti sembrava certo non è più vero, che fai?

La certezza ti fa dormire sonni tranquilli,

per pigrizia mentale, per rassegnazione.

Essa supera sempre il bisogno di verità.

Numero3764.

 

MALICIDIO

 

Malicidio (malicidium, in latino) è un termine introdotto da Bernardo di Chiaravalle per indicare l’omicidio di un non cristiano in guerra, quando non vi sia altro mezzo per impedire il male che commette.

La teoria

Bernardo, riprendendo il concetto di «guerra giusta» introdotto da Agostino d’Ippona, teorizza che l’uccisione di un infedele, di un eretico o di un pagano – giudicati come “nemici della fede” – non deve essere considerata come un omicidio (vietato dal V Comandamento), ma come un «malicidio», ovvero come l’estirpazione di un male.

Il pagano da sopprimere doveva essere eliminato in quanto portatore di un Male assoluto e irredimibile, ma restava degno di amore per la sua umanità.

Uccidere un infedele diventava dunque, nella concezione di Bernardo, un servizio meritevole reso alla causa divina.

Citando lo stesso Bernardo:

«Il Cavaliere di Cristo uccide in piena coscienza e muore tranquillo: morendo si salva, uccidendo lavora per il Cristo».

E ancora: «Egli» [il soldato di Cristo, ndr] «è strumento di Dio per la punizione dei malfattori e per la difesa dei giusti. Invero, quando egli uccide un malfattore, non commette omicidi, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi».

Tuttavia, secondo Bernardo, non è lecito uccidere il male nell’infedele (e l’infedele stesso) se prima non si è «ucciso» il male in sé stessi.

In questo modo, la crociata diviene, nella concezione cattolica medievale, un momento ascetico e penitenziale del guerriero stesso.

Bernardo si dichiara in ogni caso contrario alla coercizione per forzare la conversione degli infedeli, e giustifica la violenza come mezzo di difesa della fede, dichiarando che «Non si dovrebbero uccidere neppure i pagani qualora ci fosse una maniera diversa per impedir loro di opprimere i fedeli.».

Questa teoria fu elaborata da Bernardo in base ad una specifica questione postagli dai Cavalieri Templari per dare una qualche risposta alla difficoltà per un cristiano di conciliare la guerra non difensiva con la parola di Dio.

Bernardo riprende e sviluppa in diverse altre occasioni gli argomenti alla base della nozione di malicidio.

Nel 1146, nella lettera 363 il santo esorta il clero ed i fedeli della Francia orientale a prendere le armi per difendere la Chiesa d’Oriente contro il pericolo degli infedeli, ed afferma che «La morte inflitta o ricevuta nel nome di Cristo da un canto non ha nulla di criminale, dall’altro merita una gran gloria».

I fondamenti della teoria

Tale teoria poteva trovare una base nell’interpretazione di diversi scritti dell’Antico Testamento ed in alcune lettere paoline del Nuovo Testamento.

Nel Deuteronomio, Dio comunica a Mosè i Dieci Comandamenti. Fra essi, il quinto (Deut. 5, 17) comanda «Tu non ucciderai». Nello stesso testo, (Deut. 7, 1-2) tale comando appare tuttavia inteso come limitato al popolo eletto, quando Dio ordina di sterminare tutte le popolazioni straniere che occupano la terra promessa.

La lettura dell’Antico Testamento mostra in diverse altre occasioni la rilevanza degli aspetti militari dell’alleanza tra Jahvé e gli Ebrei. In diversi libri dell’Antico Testamento (Deuteronomio, Numeri, Giosuè, Geremia) compare anche il concetto di herem, di «sterminio” del nemico, ovvero di votare a Dio tutte le prede di guerra».

Un ruolo importante nella teologia cristiana ricopre sant’Agostino nella giustificazione dell’uccisione degli infedeli, ossia della guerra santa. A questo proposito, scrive lo studioso francese Minois: «Per Agostino l’uso della violenza per il bene altrui si giustifica con l’attitudine naturale del padre che castiga il figlio per educarlo.»

Sant’Agostino concepisce la guerra come una tragica necessità per ristabilire l’ordine e la pace. La violenza è lecita solo se usata come extrema ratio dall’autorità legittima, con l’obiettivo di difendere i deboli, punire l’ingiustizia e non per cupidigia. Il fine ultimo rimane sempre e solo il raggiungimento di una pace stabile e giusta.
Il pensiero agostiniano (espresso principalmente nel De Civitate Dei) delinea dei requisiti cardine del bellum iustum:
    • Autorità legittima: La guerra può essere dichiarata solo da chi detiene il potere sovrano, non dai privati.
    • Giusta causa: La violenza è giustificata esclusivamente per rispondere a un’aggressione ingiusta o per riparare a un torto subito.
  • Retta intenzione: La guerra non deve essere guidata da odio, crudeltà o sete di potere. Essa deve essere combattuta con spirito di carità, per amore della pace e per riportare i malvagi sulla retta via.
La riflessione di Agostino parte dalla consapevolezza che, in un mondo terreno segnato dal peccato, la pace perfetta (tranquillitas ordinis) non esiste.
Pertanto, l’uso della forza diventa uno strumento morale se impiegato per arginare il male e garantire la sopravvivenza della giustizia. 
Questi principi hanno gettato le basi per tutta la successiva tradizione teologica e giuridica occidentale sulla gestione dei conflitti, con sviluppi storici ampiamente documentati nella “Dottrina della guerra giusta” e discussi nella riflessione contemporanea sull’uso della forza per la “Difesa dei diritti umani”.

 

da Wikipedia

Numero3763.

 

DURE   VERITA’

 

Connessione ravvicinata non significa lealtà: alcune persone sono leali solo al loro bisogno di te.

Se tu devi ridimensionare il tuo valore o nascondere la tua intelligenza, in una stanza, esci subito da lì.

La solitudine distruggerà i tuoi standards, se tu non stai bene con te stesso.

La fiducia sta anni per costruirsi, secondi per distruggersi, una vita per ripristinarsi.
Trattala come fosse oro.

Le persone che ti dicono ciò che tu vuoi ascoltare sono pericolose; quelle che ti dicono ciò che tu hai bisogno di sentire sono la tua giusta cerchia.

Perdonare qualcuno non significa invitarlo di nuovo a casa tua. Tu puoi guarire a distanza.

 

@DailyReminder1

Numero3762.

 

AMA   TE   STESSO

 

Prenditi cura sempre di te stesso

con la stessa gentilezza e pazienza

che tu liberamente dedichi agli altri.

Riposa quando ne avverti il bisogno.

Proteggi la tua pace senza sentirti

in colpa per questo. Il modo in cui

ami te stesso definisce il tono di

amore che tu diffondi nella tua vita.

Quando tu ti tratti con attenzione,

tu mostri agli altri che il tuo cuore

è qualcosa di valore che deve essere

apprezzato, non preso per scontato.

 

@DailyReminder1

Numero3761.

 

FELICITA’   INTANTO

 

Vedi, la vita è troppo corta

per aspettare che tutto sia

al posto giusto, prima che

tu ti permetta di goderne.

La vita avrà sempre qualche

casino, qualche imperfezione,

e qualche giorno più duro.

Allora, non continuare a

trascurare la tua felicità.

Fatti sorridere nel bel mezzo

delle tue disavventure.

Talvolta, la gioia non si trova

dopo la tempesta, ma proprio

mentre la stai attraversando.

 

@dailyreminderr1

Numero3760.

 

IL  POTERE  DI  DECIDERE

 

Ogni mattina, stringi tra le mani l’unico potere

che ti è dato di gestire: quello di scegliere.

Puoi consumare le tue giornate a covare

un sordo rancore o decidere di voltare pagina.

Puoi scegliere se farti soffocare dal rimpianto,

o respirare l’aria libera di un nuovo inizio.

Tra il peso di un passato che non puoi cambiare

e la bellezza di un presente ancora da scrivere,

ricordati che il tempo non torna mai indietro.

Non sprecarlo a guardare le ombre: accendi

la tua luce, prenditi il tuo spazio e concediti,

finalmente, a cuor leggero, il lusso di essere felice.

 

@healingsoulmusic-it

Numero3759.

 

Le persone tendono a ottenere

risultati coerenti con l’immagine

mentale che hanno di sé.                                  Bob  Proctor.

 

Il modo in cui una persona si percepisce,

può influenzare profondamente le sue scelte,

i suoi comportamenti e le sue aspettative.

Se ci si vede come incapaci, o destinati

al fallimento, sarà più difficile cogliere

tutte le opportunità e agire con fiducia.

Al contrario, un’immagine di sé più positiva

può favorire decisioni più coraggiose

e una maggiore perseveranza di fronte

alle difficoltà. Bob Proctor sottolinea che,

spesso, i limiti più forti non sono esterni, ma

nascono dalle convinzioni che abbiamo su chi

siamo e su ciò che riteniamo possibile per noi.

Modificare gradualmente questa immagine

mentale può contribuire a cambiare anche

i risultati che otteniamo nella vita. L’immagine

che hai di te stesso ti sta aiutando a crescere

o sta limitando ciò che potresti diventare?

Numero3757.

 

Trascritto da YOUTUBE

 

Roberto  Benigni   e   Vittorio  Feltri

 

Ascolta bene quello che sto per dirti, perché quello che è accaduto sotto i riflettori di quello studio televisivo non è stato un semplice dibattito, ma l’esecuzione pubblica di un’intera epoca culturale.

Questo video ti lascerà senza parole perché stiamo per scoperchiare il vaso di Pandora di uno scontro che ha ridisegnato i confini del potere in Italia.

Da una parte l’uomo che per decenni ha incantato le platee con la poesia e i saltelli, dall’altra il chirurgo della parola che ha deciso, in diretta nazionale, di affondare il bisturi dove fa più male nel portafoglio e nella credibilità di un’intera classe intellettuale.

Non è solo politica, è una guerra civile combattuta a colpi di share e di verità brutali che nessuno aveva mai avuto il coraggio di urlare in faccia all’ intoccabile Roberto Benigni.

Quello che rivelerò nella seconda parte del racconto cambierà per sempre il tuo modo di guardare la televisione e la gestione dei soldi pubblici in questo paese.

Le telecamere ronzano come insetti impazziti mentre l’aria nello studio si fa elettrica, quasi irrespirabile.

Roberto Benigni entra in scena non come un ospite, ma come un sovrano assoluto della morale, un profeta che agita le mani nell’aria cercando di acchiappare i resti di un’Italia che, secondo lui, sta morendo di freddo e di oscurità.

Ma seduto a pochi metri da lui, avvolto in un cappotto di cashmere che sembra una corazza d’acciaio, c’è Vittorio Feltri.

Lo sguardo di Feltri è quello di un predatore che ha già visto la fine della preda prima ancora che questa inizia a correre.

Benigni parte all’attacco con la sua solita mimica travolgente, citando Dante, citando i partigiani, citando la bellezza come se fosse l’unica moneta di scambio possibile.

Ma la sua voce, di solito squillante, tradisce un tremolio, una paura atavica di chi sente che il terreno sotto i piedi non è più solido come un tempo.

Il clima è quello di una resa dei conti definitiva. Il bersaglio è chiaro: Giorgia Meloni.

Benigni la descrive come l’inverno che spegne il sole del futuro, come colei che alza muri contro l’amore e la speranza.

È la retorica classica della sinistra intellettuale, quella che trasforma ogni decreto legge in un attentato all’umanità.

Ma mentre Benigni declama la costituzione più bella del mondo con gli occhi lucidi, Feltri non si muove, non batte ciglio, si sistema il nodo della cravatta con una lentezza che sa di disprezzo assoluto.

In quel momento il pubblico a casa percepisce che sta per accadere qualcosa di mai visto.

La tensione sale quando Benigni evoca il sangue dei partigiani per condannare il presente, ignorando che la realtà fuori da quegli studi è fatta di bollette che arrivano a fine mese e di periferie dove la poesia non si mangia.

È qui che lo scontro smette di essere un dialogo e diventa una mattanza dialettica senza precedenti.

Benigni continua a saltellare davanti alle telecamere invocando bella ciao come se fosse un esorcismo contro il governo attuale.

Parla di un’Italia che ha paura dell’altro, di un’oscurità che avanza su Palazzo Chigi, ma la sua è una recita che puzza di naftalina, è l’urlo disperato di chi ha vissuto per 40 anni in una bolla dorata, protetto dai contratti milionari della RAI e dagli applausi di un sistema culturale che non ammette repliche.

La sua esuberanza fisica, che un tempo era segno di vitalità, ora appare come una fragilità esposta.

Ogni sua parola sulla povertà e sulla sofferenza degli ultimi sembra infrangersi contro la barriera del buon senso che Feltri sta per scagliare con la violenza di un uragano.

La miccia è accesa e lo scoppio sta per demolire non solo il comico toscano, ma l’intero castello di carte della retorica progressista.

Improvvisamente il ritmo cambia.

Vittorio Feltri prende la parola e la sua voce è un rasoio che taglia la seta.

Non c’è enfasi, non ci sono sussulti, solo una freddezza glaciale che gela il sangue nello studio.

Definisce l’intervento di Benigni un’esibizione circense, una recita parrocchiale che non incanta più nessuno.

Ed è qui che arriva il primo colpo da capo, il richiamo alla realtà.

Mentre Benigni parla di stelle e fiori, Feltri sbatte in faccia alla nazione il prezzo della benzina e del gas.

Dice chiaramente che gli italiani non piangono guardando il tramonto o recitando la Divina Commedia, ma piangono quando devono far quadrare i conti.

È la demolizione sistematica del “poetese” a favore del pragmatismo più crudo.

La maschera di Benigni inizia a incrinarsi: il sorriso eterno del premio Oscar si spegne lentamente sotto il peso di una verità che non sa gestire.

Ma la vera rivelazione, lo scoop che fa tremare le fondamenta di questo racconto, emerge quando Feltri tocca il nervo scoperto del portafoglio.

Per anni ci hanno raccontato di un Benigni poverello di Assisi, ma la realtà che emerge in questo scontro è quella di un milionario che percepisce compensi da capogiro pagati con i soldi pubblici per spiegare ai poveri quanto sia bella la povertà spirituale.

Parla di cifre astronomiche, un milione di euro per leggere due canti di Dante davanti a una platea di privilegiati.

È questo il punto di non ritorno.

Feltri accusa Benigni di essere l’emblema della sinistra “culturale”, di chi predica il pauperismo dagli attici di lusso e dalle ville circondate da libri e statuette dorate.

È un terremoto mediatico che distrugge l’immagine del poeta del popolo, rivelando la figura di un imprenditore della cultura di stato che vive di rendita sulla retorica del passato.

L’analisi si fa ancora più profonda quando entriamo nel merito della gestione del potere.

Giorgia Meloni non viene difesa da Feltri come una divinità, ma come una donna che, nata 30 anni dopo la fine della guerra, cerca di governare un paese reale, lontano dai salotti letterari e dalle bugie poetiche.

La contrapposizione è totale.

Da una parte l’Italia che lavora, che paga le tasse, che sta nelle periferie degradate a gestire un’immigrazione incontrollata, incoraggiata proprio da chi vive nelle ville blindate.

Dall’altra l’Italia dei monologhi in Rai, dei premi Oscar che citano Ventotene senza sapere cosa sia la fame.

Lo scontro si sposta sul piano della dignità internazionale.

Feltri rivendica un’Italia che a Bruxelles e Washington parla da pari a pari, senza il piattino in mano a mendicare flessibilità per pagare i monologhi dei soliti noti.

Il silenzio di Benigni in questo passaggio è assordante.

Le sue mani, che prima danzavano nell’aria, ora tremano leggermente.

Prova a rifugiarsi in un’ultima citazione leopardiana, cercando di evocare l’infinito come scudo protettivo, ma Feltri lo incalza senza pietà: gli dice che il suo naufragio è dolcissimo (… “e naufragar m’è dolce in questo mare”) perché ha il salvagente d’oro Zecchino, perché è un naufrago con il conto in banca in Svizzera e il futuro assicurato.

È la fine del mito dell’intellettuale impegnato.

La nazione vede chiaramente chi ha la forza di sporcarsi le mani con il fango della realtà e chi ha solo la rabbia impotente di chi ha scoperto di essere diventato un reperto archeologico.

La retorica del cuore viene schiacciata dal rullo compressore della logica di chissà come gira il mondo fuori dagli studi televisivi.

Eppure la battaglia non finisce qui.

Entriamo nel campo della credibilità personale dove Feltri affonda l’ultimo fendente.

Accusa Benigni di aver trasformato la politica in una recita domenicale per rassicurare la propria fazione e sentirsi un uomo migliore mentre guarda gli altri dall’alto in basso: è l’accusa di narcisismo ipertrofico di chi ha smarrito il contatto col suolo e continua a recitare un copione che non interessa più a nessuno se non a quei pochi intellettuali che mangiano caviale sognando la rivoluzione col condizionatore acceso.

La gente vera è stufa dei saltelli, è stufa della gioia obbligata, vuole risposte che Benigni non può dare perché non conosce nemmeno le domande della strada.

Meloni decide, Benigni saltella.

Questa è la sintesi brutale che chiude il secondo round di una mattanza dialettica che ha lasciato lo studio in stato di shock.

Il timer della trasmissione lampeggia.

Gli ultimi 10 minuti sono un calvario per il comico toscano.

Benigni appare visibilmente prostrato, non solo fisicamente, ma spiritualmente.

La sua solita maschera è caduta, lasciando intravedere il volto di un uomo che sente per la prima volta nella sua lunghissima carriera che la sua poesia non basta più a incantare il serpente della realtà.

Feltri lo guarda con una stanchezza glaciale, la noia di chi deve spiegare l’ovvio a chi vive di allucinazioni dorate.

La verità è che il consenso della Meloni umilia Benigni con la sua sola esistenza, perché lei è sostanza e lui è diventato polvere di stelle scaduta.

La festa della retorica è ufficialmente chiusa per fallimento e il bancomat della cultura di parte ha smesso di erogare fondi per chiedere scusa di esistere.

Le luci dello studio virano verso un rosso cupo, quasi a voler sottolineare la fine di un’era.

Il pubblico è immobile, paralizzato da una sensazione di vuoto.

Hanno assistito alla demolizione di un simbolo fatto a pezzi da un uomo che non ha usato metafore, ma solo pietre pesanti come macigni della realtà.

Mentre il conduttore cerca disperatamente di riprendere le fila di un disastro comunicativo di proporzioni epiche, Feltri si sistema il cappotto con un gesto che sa di addio definitivo a un teatro di ombre.

Non c’è più musica, non ci sono più stelle, c’è solo il rumore della verità che purifica l’aria viziata di decenni di bugie poetiche.

Giorgia Meloni è altrove impegnata a lottare tra le carte di Palazzo Chigi, lontana dai riflettori che hanno appena bruciato l’ultimo scampolo di credibilità di chi credeva di essere eterno.

Questo scontro ha segnato un solco profondo nel tessuto sociale italiano.

Non si è trattato solo di una discussione tra un giornalista e un attore, ma della collisione tra due galassie diverse, quella dei fatti e quella delle apparenze.

Benigni è rimasto solo sul palco, come un burattino a cui sono stati tagliati i fili all’improvviso.

Una marionetta rimasta immobile dopo che il pubblico ha smesso di ridere e ha capito il trucco dietro il sipario.

Feltri se n’è andato senza voltarsi, fiero di aver portato un raggio di gelida verità nel teatro dell’inganno.

La nazione ha visto chiaramente chi ha la forza di guidarla attraverso il fango e chi ha solo la rabbia di chi ha scoperto di essere diventato un’ombra del passato.

La finzione è finita, il sipario è calato e per Benigni non ci sono stati applausi, ma solo l’eco terribile di una verità che non ha saputo gestire.

Il regno dell’apparenza è crollato sotto il peso della sua stessa inconsistenza, lasciando l’Italia finalmente libera di guardare in faccia il proprio destino.

Numero3756.

 

U N     C O N S I G L I O

 

A parità di competenze, chi saluta con cortesia, chi è umile e colto avrà sempre più opportunità degli altri.

Non basta essere bravi, la tecnica da sola non basta.

Tra due persone ugualmente capaci, vince chi ha l’atteggiamento migliore.

La vera abilità non si perfeziona con la tecnica, si perfeziona con il carattere.

Le persone non scelgono solo chi sa di più, ma chi le fa sentire bene.

Numero3752.

 

 

C A M B I A M E N T O

 

 

Non puoi cambiare il passato, ma puoi rovinare il presente preoccupandoti del futuro.

 

Quello che tolleri è ciò che continuerà.

 

Le persone non resistono al cambiamento: resistono quando qualcuno cerca di cambiarle.

 

Se sei bloccato è solo perché ti senti intrappolato in certi schemi che tu conosci e non vuoi, o non puoi, cambiare.

 

A volte, le battaglie più dure sono quelle che combatti dentro di te, quando “senti” di dover cambiare.

 

La qualità della tua vita dipende dal tuo modo di pensare.

 

Ciò che occupa la tua mente finisce per controllare la tua vita.

 

Il prezzo di non seguire il tuo cuore è passare la vita a chiederti come avrebbe potuto andare.

 

 

@iulianalateaofficial

Numero3745.

 

TERRIBILE   MA …. VERO

 

Tu sei quello che fai, non quello che prometti di fare.

Nessuno si renderà conto del tuo valore, finché non si sentirà la tua assenza.

Non combattere affinché qualcuno ti ami, combatti per qualcuno che già lo fa.

Non credere che una persona che ama la pace sia incapace di combattere.

Un solo minuto di rabbia, di lussuria, di avidità, può distruggere una vita di duro lavoro.

Ogni lezione che tu rifiuti di imparare continuerà a ripresentarsi finché non la affronterai.

Finché stai sul treno sbagliato, diventerà sempre più caro tornare a casa.

La paura non fermerà mai la morte; rovinerà soltanto quello che ti resta da vivere.

Non guarirai mai nello stesso ambiente che ti ha fatto ammalare.

Niente è peggio di non realizzare il tuo pieno potenziale.

La vera ricchezza è non avere problemi di salute.

 

@DailyReminder

Numero3744.

 

CONSIGLI   DI   VITA

 

Il consiglio di vita è semplice: sii coerente con te stesso e continua a migliorarti.

Non permettere che la paura o il fallimento ti impediscano di tentare.

Ogni sbaglio è una lezione che ti aiuta a crescere.

Non lasciare che una buona azione passi ignorata.

Non far restare senza risposta una parola gentile.

Non permettere mai che qualcuno, che ha fatto la differenza nella tua vita, si chieda se conta veramente per te.

Di’ alle persone che esse sono importanti per te, mostra loro quanto sono apprezzate.

Fallo oggi, prima che questa occasione scivoli via.

Sii gentile con gli altri, ma rispetta anche te stesso e stabilisci dei confini.

Usa saggiamente il tuo tempo e concentrati su ciò che conta veramente.

Circondati di persone positive che supportano i tuoi sogni.

Abbi pazienza, perché le cose buone richiedono tempo.

Non paragonare il tuo percorso a quello degli altri: ognuno ha il suo sentiero.

Fidati delle tue capacità e confida nel tuo progresso.

Con onestà, duro lavoro e positivo assetto mentale, puoi costruire una vita significativa e di successo.

 

da YouTube

 

Numero3741.

 

L’ AMICIZIA

 

L’amicizia è un tesoro.

Ma anche il legame più stretto può spezzarsi per un piccolo errore.

Non importa quanta intimità ci sia, ma non è amicizia l’invasione della privacy.

Non appesantire gli altri con i tuoi orari o con costanti lamentele.

Rispettiamo il silenzio degli amici.

Non misuriamo la nostra vita confrontandola con la loro.

La vera nobiltà, nell’età della saggezza, non è sapere tutto degli altri, ma saperli amare restando un passo indietro.

Il rispetto è l’unico ponte che il tempo non può far crollare.

 

@healingsoulmusic

Numero3740.

 

RELAZIONI

 

All’inizio di una relazione, tutto sembra naturale, spontaneo e carico di emozioni positive.

Con il tempo, però, queste sensazioni possono affievolirsi, se smetti di nutrirle consapevolmente.

Non è la relazione a cambiare improvvisamente, ma il livello di attenzione che le dedichi.

Dare per scontato ciò che prima ti faceva stare bene porta lentamente a perdere quella connessione iniziale.

Mantenere vive certe emozioni richiede presenza, piccoli gesti e cura quotidiana.

Non si tratta di ricreare qualcosa di impossibile, ma di scegliere di coltivarlo nel tempo.

La consapevolezza permette di riconoscere ciò che conta davvero..

L’attenzione trasforma i dettagli in momenti significativi.

Chi mantiene viva una relazione non si affida solo all’entusiasmo iniziale, ma lo alimenta con intenzione.

È questo che fa la differenza, nel lungo periodo.

 

@ilmegliodeilibri

 

Un detto turco dice che, quando ami davvero qualcuno, lo ami due volte.

La prima volta non è l’amore vero, è l’amore luminoso, quello delle farfalle nello stomaco.

Ami il modo in cui ride, le cose che fa, come ti parla: è l’amore semplice, spontaneo.

Poi passa il tempo, le difese si abbassano, le maschere cadono e inizi a vedere le parti più difficili.

Vedi le fragilità, le paure, le difficoltà a fidarsi..

È lì che molte relazioni finiscono.

Ma è proprio lì che comincia il secondo amore.

E questo secondo amore è quello adulto, quello profondo, quello che non idealizza, ma comprende e accoglie.

Il vero amore comincia quando hai visto le ombre, le difficoltà, e decidi di restare.

 

@stanzazen

 

Tua moglie è la tua compagna, non la tua serva.

Il matrimonio è collaborazione, non lotta di potere.

Non lasciarti guidare dall’ego: guida con rispetto.

Se accanto a te si sente sola, c’è qualcosa che non va.

La lealtà si conquista con il carattere, non con il controllo.

Proteggi il suo cuore come vorresti che lei proteggesse il tuo.

Un vero uomo costruisce sicurezza, non paura.

Se vuoi essere onorato in casa, onora prima tua moglie.

Il rispetto non si pretende: si merita e si dimostra ogni giorno.

 

@iulianalatea