Numero3300.

 

da ORIZZONTESCUOLA.IT

 

18 Marzo 2025

 

La scrittura a mano, la memorizzazione e la lettura contro il “marciume cerebrale” causato dagli smartphone. Così le nuove indicazioni nazionali combattono gli effetti negativi della tecnologia

Non solo critiche e suggerimenti, le nuove Indicazioni nazionali proposte dal Ministero Valditara, incassano un giudizio estremamente positivo da parte di Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Einaudi. Il quale, in un intervento su Italia oggi di Martedì 18 Marzo 2025 a Pagina 33, definisce l’enfasi sulla scrittura e la lettura individuate nelle Indicazioni come pratiche che possono contrastare gli effetti negativi derivanti dall’eccessivo utilizzo della tecnologia da parte delle nuove generazioni.

Di quali effetti parliamo?

Ne abbiamo già dato ampio spazio noi, attraverso un articolo che descriveva il fenomeno ormai noto come  “brain rot” o “marciscenza al cervello”. Il termine è stato scelto come parola dell’anno 2024 dalla Oxford University Press e, secondo Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, il termine indica il deterioramento delle facoltà mentali, causato dall’abitudine di scorrere rapidamente contenuti superficiali, rendendo più difficile la memorizzazione e la concentrazione.

Ed è proprio sulla memorizzazione e concentrazione, nonché sugli effetti di ansia, depressione, disturbi alimentari e difficoltà di apprendimento che si concentra l’attenzione di Andrea Cangini.

La soluzione?

Scrittura manuale, memorizzazione, lettura, tutte attività che favoriscono il potenziamento dell’emisfero sinistro del cervello, responsabile del pensiero logico e analitico. Se questa area non viene adeguatamente sviluppata, ricorda Cangini, i ragazzi rischiano di dipendere esclusivamente dalla sfera emotiva, con un impatto negativo sulla loro capacità di valutazione critica e razionale.

Anche la particolare rilevanza data scrittura in corsivo e alla calligrafia, non solo per il loro valore tecnico, ha il suo motivo d’esistere, dal momento che stimola la coordinazione oculo-manuale e contribuiscono allo sviluppo del pensiero logico.

Gli studi

A dirlo non sono le Indicazioni nazionali, ma studi che hanno dimostrato gli effetti della calligrafia sullo sviluppo cognitivo dei bambini.

Ad esempio, uno studio norvegese ha rilevato che scrivere a mano attiva aree cerebrali legate all’elaborazione, all’attenzione e al linguaggio, migliorando l’apprendimento e la memoria. Inoltre, la scrittura manuale coinvolge processi cognitivi multipli, tra cui abilità motorie, memoria e elaborazione delle informazioni, favorendo uno sviluppo cognitivo più completo

Per quanto riguarda la calligrafia, questa non solo migliora la qualità della scrittura, ma contribuisce anche allo sviluppo delle capacità motorie e cognitive. I bambini che padroneggiano il corsivo e altri stili di scrittura manuale sviluppano una maggiore attività neuronale, possiedono un vocabolario più ampio e una maggiore capacità di comporre testi scritti rispetto a chi utilizza prevalentemente dispositivi elettronici.

Numero3260.

 

da  QUORA

 

Scrive James Collins, corrispondente di QUORA

 

I C T U S    I N    A R R I V O ….

 

L’ictus spesso arriva senza preavviso, ma in molti casi il corpo invia segnali precoci che indicano che qualcosa non va. Questi sintomi possono manifestarsi ore, giorni o persino settimane prima di un ictus. Riconoscerli in tempo può salvare la vita.

 

Segnali Comuni di un Ictus Imminente

 

1. Intorpidimento o Debolezza Improvvisa (Soprattutto su un Lato del Corpo)

  • Se si avverte debolezza, formicolio o intorpidimento al viso, a un braccio o a una gamba—soprattutto su un solo lato del corpo—potrebbe essere un segnale che il flusso sanguigno al cervello è compromesso.
  • Alcune persone hanno anche difficoltà a tenere in mano oggetti o improvvisa goffaggine.

2. Difficoltà nel Parlare o nel Comprendere il Linguaggio

  • Parlare in modo confuso o incomprensibile, avere difficoltà a trovare le parole giuste o non riuscire a comprendere quello che dicono gli altri può essere un segnale precoce di ictus.
  • Se qualcuno inizia a parlare in modo strano o sembra disorientato, bisogna prenderlo seriamente.

3. Problemi alla Vista in Uno o Entrambi gli Occhi

  • Visione offuscata, visione doppia o perdita parziale della vista in un occhio possono essere sintomi di un ictus imminente.
  • Alcune persone descrivono la sensazione di vedere una sorta di tenda scura su un occhio o un’improvvisa oscurità totale.

4. Mal di Testa Forte e Improvviso

  • Un mal di testa improvviso e intenso (diverso da qualsiasi altro mal di testa avuto in precedenza) potrebbe essere un segnale di ictus o aneurisma cerebrale.
  • È particolarmente preoccupante se accompagnato da vertigini, vomito o confusione.

5. Perdita di Equilibrio o Coordinazione

  • Sentirsi storditi, instabili o incapaci di camminare correttamente senza motivo potrebbe indicare che un ictus sta colpendo la parte del cervello responsabile del movimento.
  • Se abbiamo improvvisamente difficoltà a camminare, se cominciamo ad inciampare o a non mantenere l’equilibrio, è importante cercare subito aiuto medico.

6. Attacco Ischemico Transitorio (TIA) – Il “Mini-Ictus” di Avvertimento

  • Un TIA (mini-ictus) provoca sintomi simili a quelli di un ictus, ma che durano solo pochi minuti o ore prima di scomparire.
  • Anche se i sintomi spariscono, un TIA è un campanello d’allarme: significa che un ictus più grave potrebbe verificarsi presto. Bisogna rivolgersi immediatamente a un medico.

 

FAST: Il Test Semplice per Riconoscere un Ictus

 

Se si sospetta un ictus, usare il test FAST per controllare i sintomi principali:

 

✅ F – Face (Faccia) Cadente – Un lato del viso è cadente o intorpidito? Chiedere alla persona di sorridere.
✅ A – Arm (Braccio) Debole – Un braccio è debole o intorpidito? Chiedere di sollevare entrambe le braccia. Un braccio scende?
✅ S – Speech (Parola) Difficoltosa – La persona parla in modo confuso o strano? Chiedere di ripetere una frase semplice.
✅ T – Time (Tempo di Chiamare i Soccorsi) – Se uno di questi segnali è presente, chiamare immediatamente i soccorsi.

 

Quando Cercare Aiuto Medico

 

Se si nota uno di questi sintomi, anche se scompare, è fondamentale rivolgersi subito a un medico.
L’ictus può arrivare improvvisamente, e un trattamento precoce può evitare danni cerebrali gravi o la morte.

Un ictus è un’emergenza medica—non ignorare i segnali di avvertimento.
Agire rapidamente può fare la differenza tra la vita e la morte.

Numero3213.

 

da  QUORA

 

Scrive Edoardo Della Valle, corrispondente di QUORA, traducendo Rafael Eliassen

 

COME  DIVENTARE  MENTALMENTE  FORTE

 

Il nostro cervello è come un muscolo, o lo si usa o lo si perde.

Ecco 10 modi per diventare più forti mentalmente.

  1. Evita le cattive abitudini mentali: quali abitudini ti rendono mentalmente più debole? Scorrendo senza pensieri su Instagram per ore o facendo binge-watching* ogni giorno? Prendi questa abitudine e cancellala.
  2. Delay-gratification (rimanda le gratificazioni): impara a concentrarti e lavorare senza distrarti e darti gratificazioni istantanee come notifiche, cibo, ecc.
  3. Sfida te stesso: fai un elenco di tutte le cose che ti spaventano e falle. Potrebbe essere chiedere alla ragazza che ti piace di uscire o avviare un’impresa.
  4. Riflettori mentali: è molto facile cercare il motivo per cui una situazione o una vita sono cattive. Allenati a cercare prove altrimenti, scopri perché è meglio essere buoni invece di essere cattivi.
  5. Cambia amici: i tuoi amici che non sono al tuo livello ti trascineranno in basso. Trova persone che si trovano al di sopra o molto al di sopra del tuo livello.
  6. Sii curioso: noi come esseri umani siamo arrivati ​​così lontano a causa della nostra curiosità. Sii sempre disposto a imparare qualcosa di nuovo.
  7. Esercizio di autostima: elenca tre cose che ti piacciono e fai questo ogni giorno. Potrebbe essere come ti sei complimentato con qualcuno o qualcosa che ti fa sentire bene con te stesso,
  8. Dialoghi interiori: come ti sentirai se continui a dire a te stesso di essere stupido? Trova i modi per sviluppare una conversazione positiva.
  9. Affrontare le emozioni: sei stressato, arrabbiato? Non ignorarlo, affrontalo. Fai una corsa, esercita tutto ciò che conta per te, impara ad affrontarlo.
  10. Smettila di lamentarti: non si tratta del perché la tua vita fa schifo, ma di come puoi migliorarla.

*Binge – watching = Guardare programmi televisivi per un periodo superiore al consueto, particolarmente                    l’usufruire della visione di diversi episodi di serials televisivi consecutivamente, senza soste.

Numero3188.

 

ABITUDINI  CHE  RIVELANO  UN’ELEVATA  INTELLIGENZA

 

Di Annibale Parisi

 

In sintesi

  • 📚 La lettura intensa favorisce una conoscenza profonda.
  • 🌍 Gli individui intelligenti esplorano diversi generi letterari.
  • 💭 La solitudine stimola il pensiero profondo e la creatività.
  • 🔄 L’apertura mentale promuove umiltà e apprendimento continuo.

Secondo esperti in psicologia, l’intelligenza si manifesta attraverso una serie di abitudini distintive.

La lettura intensa si rivela una ricerca di conoscenza profonda, mentre l’interesse verso diversi generi letterari denota una ricchezza intellettuale.

Inoltre, la solitudine può stimolare il pensiero profondo e la creatività, mentre l’apertura mentale favorisce l’apprendimento continuo.

Questi elementi, uniti a un alto livello di auto-critica e adattabilità, creano un profilo di eccellenza intellettuale.

La lettura intensa come ricerca di conoscenza profonda

L’atto di leggere intenzionalmente è una pratica fondamentale per chiunque cerchi di approfondire la propria comprensione del mondo.

La lettura non è solo un mezzo per acquisire informazioni, ma diventa un viaggio interiore che stimola la mente a riflettere su temi complessi e articolati.

Chi investe tempo nella lettura di testi impegnativi, infatti, sviluppa una sensibilità critica e la capacità di cogliere sfumature che arricchiscono il proprio bagaglio culturale.

Gli individui intelligenti esplorano diversi generi letterari

La vera intelligenza si manifesta attraverso la curiosità.

Coloro che eccellono nel loro percorso intellettuale non si limitano a un singolo genere, ma abbracciano la varietà.

Questo approccio consente di attingere a diverse prospettive e di comprendere le differenze culturali, storiche e sociologiche che caratterizzano le opere letterarie.

La diversificazione nella scelta dei testi è un segno evidente di un apprendimento dinamico e di un’apertura mentale.

La solitudine favorisce pensiero profondo e creatività

In un’epoca di distrazioni incessanti, la solitudine assume un valore inestimabile.

Essa offre lo spazio necessario per una riflessione profonda e per l’emergere di idee originali.

Gli individui che riescono a trovare questo silenzio interno sviluppano una creatività avvincente, capace di darle vita attraverso l’arte, la scrittura o la ricerca scientifica.

La solitudine non è quindi un segno di isolamento, ma di un’intensa attività cognitiva.

L’apertura mentale promuove umiltà e apprendimento continuo

Una mente aperta è una delle qualità imprescindibili per la crescita personale.

Gli individui che riconoscono l’importanza dell’apprendimento continuo si mostrano maggiormente disposti ad accettare le critiche e a considerare punti di vista alternativi.

Questa umiltà intellettuale non solo stimola il dialogo, ma rappresenta anche un passo cruciale verso il miglioramento di sé e l’acquisizione di nuove competenze.

L’adattabilità è essenziale per la crescita intellettuale

La capacità di adattarsi a nuove sfide e circostanze è un indicatore fondamentale dell’intelligenza. I

n un mondo in continua evoluzione, gli individui che si rivelano flessibili e pronti a cambiare rotta affrontano le incertezze con maggiore resilienza.

Questa adattabilità non è solo utile per risolvere problemi, ma è anche rimarchevole per chi desidera prosperare in situazioni complesse e variabili.

La curiosità insaziabile spinge all’esplorazione e al problem solving

La curiosità è un motore potente che alimenta l’esprit d’initiative.

Gli individui con una curiosità insaziabile non si accontentano delle risposte facili.

Essi pongono domande, esplorano nuove idee e si dedicano alla ricerca di soluzioni innovative.

Questa passione per l’esplorazione stimola una continua evoluzione personale e favorisce un’analisi profonda dei fenomeni che li circondano.

Interessi diversificati segnalano una ricchezza intellettuale

Una vasta gamma di interessi è un chiaro segnale di una mente vivace e in continuo movimento.

Gli individui che coltivano passioni per discipline diverse, dall’arte alla scienza, creano connessioni uniche e contributi originali.

Questa ricchezza intellettuale permette loro di affrontare le sfide con una maggiore varietà di strumenti e approcci.

 

La critica di sé facilita l’auto-miglioramento e l’eccellenza

Il processo di autovalutazione è cruciale per il miglioramento personale.

Gli individui che si sottopongono a un rigoroso esame delle proprie azioni e delle proprie capacità possono identificare aree di crescita e lavorare per migliorarsi.

Questa critica di sé è essenziale per raggiungere l’eccellenza e per sviluppare competenze sempre più avanzate.

L’impegno verso standard elevati incoraggia riflessione e apprendimento

Impegnarsi in attività che richiedono standard elevati consente agli individui di sviluppare una disciplina robusta.

Questo impegno si traduce in un ciclo virtuoso di riflessione e apprendimento, dove gli errori vengono visti non come fallimenti, ma come opportunità di crescita e miglioramento.

Aspirare all’eccellenza diventa così un principio guida che arricchisce ogni aspetto della vita intellettuale.

Queste abitudini formano un quadro complesso e profondo dell’intelligenza

In sintesi, l’adozione di queste abitudini non solo segna l’elevata intelligenza di un individuo, ma contribuisce anche a costruire una vita ricca di significato e realizzazione personale.

La fusione di lettura, curiosità, adattamento e riflessione forma un complesso quadro dove l’intelligenza non è solo un attributo, ma un percorso in continua evoluzione verso la conoscenza e l’auto-miglioramento.

Numero3187.

 

Quando la mente fa ammalare il corpo. Quali sono i disturbi fisici influenzati dalle nostre emozioni?

 di Sara Aielli, psicologa e psicoterapeuta.

La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla “profondità”, ci condanna ad essa. – Il malato? Un metafisico suo malgrado.

(E. Cioran)

L’attuale ricerca scientifica ci conferma come, spesso, le tensioni emotive si riflettano nei problemi del corpo.

Stress, frustrazioni, emozioni negative, ansia e depressione possono essere somatizzati e tradursi in disturbi somatici, di diversa natura e gravità.

La trasformazione di stati mentali in eventi somatici è un’esperienza universale, che appartiene a tutti noi.

Ogni tipo di vissuto psichico può essere somatizzato, cioè spostato sul piano corporeo, soprattutto quando non è riconosciuto o elaborato dalla persona sul piano mentale.

L’angoscia somatizzata funziona da “terapia” per quella diretta, che porta eccessivo turbamento: l’ansia però non scompare, ha solo cambiato linguaggio.

La psiche ha un ruolo in ogni patologia medica, ma in alcune condizioni assume una rilevanza particolare, rispetto sia alla genesi del disturbo, sia alla sua evoluzione.

Si considerano “psicosomatiche” le malattie nelle quali ci sono modificazioni, organiche o funzionali, che dipendono da problemi psicologi ed emotivi.

In questo senso, ecco quali sono i quadri più comuni:

  • Cefalea: diffusissima e di vari tipi, tra cui emicrania, cefalea a grappolo o cefalea muscolo-tensiva (dovuta a tensioni o contratture muscolari). Può evolvere in un disturbo cronico, con ansia anticipatoria tra una crisi e l’altra e abuso di farmaci (generalmente analgesici).
  • Disturbi cardiovascolari: problematiche a carico del cuore o dei vasi sanguigni, come alterazioni del battito cardiaco, tachicardia, palpitazioni, extrasistole, dolori anginosi, sbalzi di pressione, svenimenti, ischemie, ecc.
  • Disturbi gastrointestinali: mal di stomaco, digestione difficile (dispepsia), acidità, nausea o vomito, dolori addominali e retrosternali, intestino irritabile, colite, gastrite, ulcera, ecc.
  • Disturbi dermatologici: dermatiti, eczema, irritazioni, prurito, psoriasi, alopecia, problemi della pelle o dei tessuti associati (capelli, peli, unghie).
  • Dolori muscoloscheletrici: cervicale, dolori muscolari, mal di ossa, mal di schiena, ecc.
  • Problemi respiratori: asma bronchiale, respirazione faticosa (dispnea), “fame d’aria”, ecc.
  • Disordini alimentari: inappetenza, restrizioni eccessive, fame insaziabile, abbuffate compulsive, obesità, ecc.

Nei disturbi elencati, gli stati affettivi sono tra le principali concause della malattia.

Ma anche nei disturbi che non c’entrano nulla con la psiche, la mente ha un ruolo centrale nel determinare la percezione del disturbo, la possibilità di seguire una cura adeguata, le dinamiche della convalescenza, e dunque anche la prognosi.

Ma come fa uno stato psichico a trasformarsi in un sintomo corporeo?

La coscienza acuta di avere un corpo, ecco cos’è l’assenza di salute.

(E.M. Cioran)

Per quanto possa sembrare misterioso, questo “salto” dallo psichico al corporeo è stato (parzialmente) spiegato dalla medicina contemporanea e dalle neuroscienze.

Corpo e mente non sono entità separate, ma s’influenzano reciprocamente, sempre e in molti modi, in salute e in malattia.

Questo inscindibile legame spiega molte malattie “misteriose”, e altrettante guarigioni apparentemente “miracolose”.

Vediamo alcune vie di “traduzione” dello psichico al somatico:

  • La via neuronale: i neuroni, le cellule del nostro sistema nervoso, comunicano tra loro attraverso neurotrasmettitori o neuromodulatori: serotonina, dopamina, adrenalina, endorfina, ecc. Queste sostanze chimiche hanno un ruolo centrale nel nostro equilibrio psicofisico, regolando, tra le altre cose, il tono dell’umore, i livelli di energia, la percezione del dolore.
  • La via neurovegetativa: il sistema nervoso autonomo è quell’insieme di cellule e fibre che innerva tutti gli organi interni e le ghiandole, regolando le funzioni corporee involontarie. Questo sistema collega l’organismo con l’ambiente esterno, spiegando come a ogni stato affettivo corrispondano immediati cambiamenti fisici: ad esempio, insieme ad un’emozione violenta, possiamo sentire costrizione al petto, sbalzi di pressione, dolore allo stomaco.
  • La via endocrina: gli stati affettivi possono produrre o inibire il rilascio di ormoni dall’ipofisi o dalle altre ghiandole, alterando l’equilibrio ormonale. Gli ormoni sono importantissimi perché trasmettono messaggi ai vari organi del corpo ed hanno un ruolo centrale nel mantenimento del nostro benessere psicofisico.
  • La via immunitaria: coinvolge l’insieme di cellule che presiede alla difesa dell’organismo. Esperienze difficili, ansia o depressione, possono portare a un abbassamento delle difese immunitarie, con un aumentato rischio di contrarre infezioni e altre malattie.

Quali sono i meccanismi di traduzione del disagio psicologico in malessere fisico?

Per sciogliere i sintomi è indispensabile risalire alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e,

con l’aiuto di forze che al tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso una diversa soluzione.

(S. Freud)

Ci sono diversi meccanismi di “traduzione” del malessere, da psichico in somatico. Vediamo i due principali:

  • La conversione: la malattia rappresenta il conflitto interiore.

Un contenuto psichico rimosso si converte in un sintomo somatico, esprimendosi attraverso il linguaggio del corpo.

In questi casi, abbiamo a che fare con un conflitto inconscio che non trova altra via di risoluzione se non nella malattia.

Ad esempio, nelle paralisi isteriche, il conflitto si manifesta direttamente nei muscoli, colpendo la motricità: la persona è immobilizzata, senza alcuna motivazione medica.

Il sintomo è in stretto rapporto con il conflitto, cioè lo simbolizza, e in qualche modo lo “risolve”: ad esempio, in un conflitto tra dipendenza e autonomia, la paralisi risolve la questione, rendendo impossibile l’emancipazione.

Le persone con questo problema possono avere comportamenti dimostrativi, volti ad attirare l’attenzione o a suscitare compassione, non perché fingano di stare male, ma perché la malattia è in stretto rapporto con le dinamiche relazionali dell’ambiente di vita.

Al contrario, ci sono persone che manifestano un distacco affettivo che può arrivare all’incapacità di provare dolore, come se si fosse anestetizzati (belle indifference).

  • La somatizzazione: la tensione emotiva è scaricata sul corpo.

Anche in questo caso, la malattia è legata a stati affettivi non riconosciuti e non elaborati, ma i sintomi non hanno nulla a che fare con i contenuti psichici originari, essendo la generica espressione di una tensione emotiva brutalmente “scaricata” sul corpo.

Le persone che soffrono di questo tipo di disturbi, hanno spesso una certa difficoltà a identificare le proprie emozioni, a comunicarle e a elaborarle sul piano mentale (alessitimia).

Inoltre, possono avere difficoltà a interpretare bene gli stati mentali, sia i propri sia quelli altrui (deficit di mentalizzazione).

Per questo, gli stati affettivi imboccano, senza mezzi termini, la via somatica e si trasformano in sintomi e disturbi fisici, che possono essere diversi e multiformi, variando da persona a persona, ma anche nello stesso soggetto nel corso del tempo.

Questo tipo di disturbi è più difficile da curare rispetto a un’ansia o una depressione conclamate: prima i sintomi devono tornare psichici, allora la persona pensa di stare peggio, ma è l’inizio del processo di guarigione.

La paura di stare male: l’ipocondria

Quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi, l’idea di essere malati.

(M. Proust)

L’impossibilità di tollerare la tensione emotiva può manifestarsi anche attraverso incertezze, comportamenti compulsivi e paure ipocondriache, al fine di ridurre l’angoscia.

Alcune persone hanno la paura o la convinzione incrollabile di avere un disturbo medico, pur essendo sane.

Tutti possiamo nutrire timori per la nostra salute, o per quella dei nostri cari, ma quando l’ansia è sproporzionata e irremovibile, nonostante le rassicurazioni mediche, allora si parla d’ipocondria.

La persona non “finge” di essere malata, il dolore che prova è reale, ma è sbagliata la sua interpretazione: infatti, non è riconducibile a una causa organica, ma a un malessere di tipo psicologico.

L’aspetto ossessivo dell’ipocondria, cioè i pensieri intrusivi circa l’essere malati, copre un’angoscia di fondo, che va indagata e compresa.

Inoltre, nel vero ipocondriaco, le rassicurazioni non eliminano la paura, ma lo fanno sentire ancora più solo e incompreso.

Può cambiare medico o spostare i sintomi su un altro organo, finendo per collezionare visite e accertamenti, ricevendo diagnosi sbagliate, seguendo cure spesso costose, imbottendosi di farmaci, senza risolvere nulla, finché non è indirizzato da uno bravo psicoterapeuta.

 Come le emozioni influenzano la percezione del dolore

Un’anima triste può ucciderti più in fretta di un germe.

(J. Steinbeck)

Abbiamo visto come i processi psichici ed emotivi possono innescare catene di eventi somatici che portano a veri e propri disturbi organici, come mal di testa, gastriti, malattie della pelle o problemi di pressione.

Ma c’è un altro aspetto da considerare, cioè quello della percezione del dolore.

Il dolore è il risultato di un processo nervoso che, a tappe, dalle periferie arriva al cervello, ed è sempre amplificato dalla paura e dell’ansia, che abbassano la soglia della sua percezione.

Lo stesso meccanismo, condotto alle estreme conseguenze, può farci sentire il dolore anche quando non c’è una base organica.

Da un altro punto di vista, è interessantissimo l’esempio del fenomeno noto come effetto placebo: l’azione terapeutica che consegue all’assunzione di un “farmaco” privo di principio attivo.

E stato dimostrato dalla che prendere qualcosa da cui ci aspetta un effetto produce, almeno in parte, quell’effetto.

Inoltre, uno stesso farmaco funziona diversamente se assunto con fiducia o sfiducia.

Per quanto possa sembrare strano, c’è una spiegazione biologica: l’aspettativa di un effetto analgesico induce la produzione di endorfine, sostanze chimiche simili alla morfina, prodotte dal nostro cervello, che bloccano fisiologicamente il dolore.

Il problema è fisico o mentale?

La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me. Mi conosco come una sinfonia.

(F. Pessoa)

Fisico e mentale sono due facce di una stessa medaglia: ogni evento affettivo, cognitivo o comportamentale ha un corrispettivo biochimico.

Parlare, ma anche ricordare o fantasticare, che sembrano attività “astratte”, comportano una serie di eventi concreti a livello cerebrale, come movimenti cellulari, molecolari e sofisticate operazioni biochimiche.

Il nostro cervello è plastico e si modifica strutturalmente in seguito alle esperienze di vita.

Ogni esperienza induce modificazioni cerebrali, che diventano definitive quando si strutturano in apprendimenti e nell’organizzazione di nuovi circuiti cerebrali.

Sapere che ogni evento psichico ha una base biologica ci aiuta a superare il dualismo mente-corpo, ma anche l’opposizione geni-ambiente.

Ogni comportamento ha una base genetica, ma questo non autorizza ad affermare che i geni ne siano la causa.

Ad esempio, la possibilità di provare paura ha una base genetica, ma una paura concreta, come quella degli spazi chiusi, dipende da un certo tipo di esperienze.

Allo stesso modo, c’è una predisposizione genetica all’ansia, ma gemelli omozigoti (con lo stesso patrimonio genetico), allevati in famiglie diverse, hanno probabilità diverse di sviluppare disturbi d’ansia, in base alle differenti esperienze ambientali.

L’ambiente, inteso soprattutto come insieme di relazioni, ha un ruolo fondamentale in ogni comportamento umano.

In particolare, le esperienze relazionali, soprattutto quelle precoci, sono centrali nel determinare la predisposizione a certi comportamenti, vissuti ed anche patologie.

Come curarsi: farmaci o psicoterapia?

La cosa più importante in medicina? Non è tanto la malattia di cui il paziente è affetto, quanto la persona che ne soffre.

(Ippocrate)

Meglio curarsi con i farmaci o con la psicoterapia? Anche questo è un falso dilemma.

Quando una malattia fisica ha una forte componente psicologica è evidente che il farmaco, da solo, non basta.

Non basta neppure uno psicofarmaco, prescritto dal medico di base senza un’adeguata valutazione psicologica e psichiatrica, con il rischio di errata diagnosi, dosaggi approssimativi, effetti collaterali, sviluppo di condotte di abuso o dipendenza.

Di fronte ad una sintomatologia “sospetta”, un terapeuta esperto può aiutarci a comprendere la natura del nostro malessere e, se necessario, con l’aiuto del medico, impostare una terapia farmacologica adeguata.

In conclusione, non si tratta di decidere se curarsi con i farmaci o con la psicoterapia, ma adottare un’ottica integrata, che ci permetta di comprendere la situazione in modo approfondito e mettere in campo le risorse più idonee alla risoluzione del problema.

Numero3139.

 

I L    P A R E N T E    T E D E S C O

 

Quali sono i primi sintomi dell’ALZHEIMER?

 

I sintomi iniziali dell’Alzheimer possono manifestarsi in modi sottili ma significativi. Riconoscere questi segni precoci è fondamentale per una diagnosi tempestiva e per ricevere un supporto adeguato. Ecco i principali sintomi iniziali dell’Alzheimer:

  1. Perdita di memoria: Questo è uno dei sintomi più comuni. Le persone con Alzheimer possono dimenticare informazioni appena apprese, come date importanti o eventi recenti. Possono fare affidamento su promemoria o su familiari per ricordare ciò che prima ricordavano facilmente.
  2. Difficoltà a pianificare o risolvere problemi: Chi soffre di Alzheimer può avere difficoltà a seguire un piano, gestire un budget o risolvere problemi complessi. Attività come cucinare seguendo una ricetta familiare o calcolare le spese quotidiane possono diventare più complicate e richiedere molto più tempo del solito.
  3. Confusione con il tempo e i luoghi: Le persone affette possono perdere la nozione del tempo e dimenticare dove si trovano o come ci sono arrivate. Questa confusione è spesso accentuata in ambienti non familiari e può portare a situazioni di smarrimento e ansia.
  4. Difficoltà a comprendere immagini visive e rapporti spaziali: Alcune persone possono iniziare ad avere problemi con la percezione della distanza, la lettura o la valutazione degli spazi. Questi cambiamenti visivi possono interferire con attività come la guida.
  5. Problemi nel parlare o scrivere: Le persone con Alzheimer possono avere difficoltà a seguire o partecipare a una conversazione. Possono interrompere un discorso senza sapere come continuare, oppure ripetere più volte la stessa informazione. La scelta delle parole può diventare complicata e alcuni termini semplici possono sfuggire.
  6. Dimenticare oggetti e perdere frequentemente le cose: Gli individui possono collocare oggetti in posti insoliti e non riuscire a ricordare dove li hanno messi, oppure accusare altri di averli rubati. Questo problema tende a diventare più frequente con il progredire della malattia.
  7. Riduzione della capacità di giudizio: Chi soffre di Alzheimer può mostrare scarsa capacità di giudizio, come spendere somme eccessive per acquisti non necessari o non occuparsi della propria igiene e cura personale come faceva in passato.
  8. Ritiro dalle attività sociali o lavorative: A causa della difficoltà nel gestire attività che prima risultavano semplici, molte persone con Alzheimer possono evitare situazioni sociali o abbandonare hobby e attività preferite. Questa ritrosia è spesso accompagnata da sentimenti di frustrazione.
  9. Cambiamenti d’umore e di personalità: L’Alzheimer può influenzare il comportamento emotivo, portando a irritabilità, depressione, ansia o paura, specialmente in situazioni inaspettate o lontane dalla routine quotidiana. La persona potrebbe diventare sospettosa o facilmente agitata.

Riconoscere questi sintomi iniziali è fondamentale, poiché un intervento tempestivo può aiutare a gestire meglio la malattia, migliorando la qualità della vita sia per chi ne soffre che per i suoi cari.

Numero3136.

 

da  QUORA

 

Quali sono alcuni fatti interessanti della psicologia quotidiana che quasi nessuno conosce?

 

Scrive James Collins, corrispondente di QUORA.

 

Ecco alcuni fatti interessanti sulla psicologia quotidiana che quasi nessuno conosce:

1. Effetto Dunning-Kruger

Le persone con poche competenze in un’area tendono a sopravvalutare le proprie capacità, mentre gli esperti spesso sottovalutano le loro abilità. Questo fenomeno si chiama effetto Dunning-Kruger.

2. Il cervello ama la ripetizione

Il cervello tende a ricordare meglio ciò che viene ripetuto più volte. Questo fenomeno, chiamato effetto di esposizione, fa sì che più vediamo o ascoltiamo qualcosa, più lo apprezziamo.

3. La mente si blocca sotto pressione

Quando siamo sotto pressione o ansiosi, il nostro cervello può letteralmente “bloccarsi”. Questo perché l’amigdala, responsabile delle risposte emotive, prende il sopravvento e riduce l’accesso alla memoria e al pensiero logico.

4. L’illusione di trasparenza

Molte persone credono che gli altri possano percepire facilmente i loro pensieri e sentimenti, ma in realtà tendiamo a essere molto meno trasparenti di quanto immaginiamo. Questo si chiama illusione di trasparenza.

5. Effetto placebo

Anche quando un trattamento non contiene alcun principio attivo, molte persone riferiscono miglioramenti semplicemente perché credono di essere curate. Questo è noto come effetto placebo.

Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti affascinanti della psicologia quotidiana che influenzano le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto!

Numero3075.

 

15  FATTI  INTERESSANTI  SULLA  PSICOLOGIA.

 

  1. Le persone hanno maggiori probabilità di piangere di notte perché la mancanza di sonno rende le emozioni più difficili da gestire
  2. Ritrovarsi in un ambiente circondato dal verde o semplicemente guardare il colore verde può aumentare la creatività di una persona
  3. Il mutismo selettivo non dipende dai traumi ma dall’ansia
  4. La gratitudine aumenta la tua sensazione di felicità. Scrivere su un foglio ciò per cui sei grato ogni giorno può aiutare a ridurre i tuoi livelli di stress
  5. La paura irrazionale di essere troppo felici perché si teme che accadrà qualcosa di tragico o brutto esiste e si chiama cherofobia
  6. Secondo gli psicologi, nelle società occidentali, il feticismo sessuale più comune e quello per i piedi o scarpe
  7. Può sembrar strano ma siamo maggiormente influenzati dal modo in cui qualcuno odora rispetto al modo in cui appare il suo aspetto fisico
  8. Un semplice abbraccio può aiutarti ad abbassare la pressione sanguigna
  9. Negli esseri umani, lo stress può aumentare la caduta dei capelli fino a dieci volte di più rispetto alla norma
  10. Le persone che utilizzano Internet più spesso possono diventare depresse più velocemente
  11. La migliore medicina contro la rabbia è semplicemente dormire
  12. La musica influisce così tanto sul cervello che il genere che ascolti ha effettivamente la capacità di cambiare il modo in cui pensi e guardi il mondo
  13. Le donne considerano gli uomini con cicatrici facciali come più desiderabili per una relazione a breve termine rispetto agli uomini senza cicatrici
  14. Le persone sono naturalmente più felici quando sono occupate, tuttavia sono “programmate” per essere pigre
  15. Le donne trovano gli uomini più attraenti quando quest’ultimi attirano l’attenzione di altre donne

Numero3017.

 

da  QUORA

 

Scrive Fabrizio Mardegan psicologo, corrispondente di QUORA

 

G A S L I G H T I N G     ( INFLUENZA  ANGOSCIANTE )

 

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona cerca di far dubitare l’altra della propria percezione della realtà, della memoria o della sanità mentale.
Il termine “gaslighting” deriva dal film del 1944 chiamato “Angoscia” (Gaslight in inglese), in cui il protagonista cerca di far impazzire sua moglie facendole credere di essere pazza.

Il gaslighting coinvolge una serie di comportamenti intenzionali che minano la fiducia e la sicurezza dell’altra persona. Di seguito sono riportati alcuni esempi di tattiche di gaslighting:

  1. Negazione: Il manipolatore nega la veridicità di eventi, discussioni o promesse precedenti. Ad esempio, potrebbe dire: “Non ho mai detto quello che hai detto” o “Non ricordo che ciò sia successo”.
  2. Svalutazione: Il manipolatore minimizza o sminuisce i sentimenti e le preoccupazioni dell’altra persona. Potrebbe dire ad esempio: “Stai esagerando” o “Non è così grave come pensi”.
  3. Contraddizione: Il manipolatore contraddice l’altra persona in modo costante, anche su questioni di fatto. In questo caso potrebbe affermare: “Ti sbagli” o “Non hai capito correttamente”.
  4. Colpa: Il manipolatore sposta la colpa sull’altra persona per le proprie azioni o comportamenti. Potrebbe dire: “Sei tu il problema” o “Sei troppo sensibile”.
  5. Confusione: Il manipolatore crea confusione nell’altra persona attraverso informazioni contrastanti o ambigue. Ad esempio, potrebbe dire una cosa un giorno e poi negarla il giorno successivo.
  6. Isolamento sociale: Il manipolatore cerca di isolare l’altra persona dal sostegno sociale, facendole dubitare delle relazioni e delle intenzioni degli altri. Può affermare: “Non puoi fidarti di nessuno tranne me” o “Tutti stanno cercando di ingannarti”.

L’obiettivo del gaslighting è quello di ottenere il controllo e il potere sull’altra persona, minando la sua fiducia in se stessa e nella propria percezione della realtà.
Le vittime di gaslighting possono iniziare a dubitare di se stesse, a sentirsi insicure e a cercare la conferma e l’approvazione del manipolatore.
Ciò può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sul benessere dell’individuo coinvolto.

Riconoscere il gaslighting è il primo passo per proteggersi da questa forma di manipolazione.
Se ti ritrovi in una relazione in cui sospetti di essere vittima di gaslighting, può essere utile cercare supporto da amici, familiari o professionisti della salute mentale per ottenere un’ulteriore prospettiva e supporto.

 

Numero2992.

 

da  QUORA

 

Scrive Giancarmine Faggiano, corrispondente di QUORA

 

Come bisogna affrontare le nostre paure?

 

Le paure si affrontano con coraggio per vincerle e non trasformarle in angoscia.

È inutile somatizzare nel pensare al peggio.

Bisogna , invece, avere la consapevolezza che una paura è un’emozione e, se gestita adeguatamente, trasmette resilienza e coraggio in risposta alla funzione adattativa di fronte ad un ostacolo percepito come tale.

Essere in grado di superare le proprie paure, nelle difficoltà, diventa un’esperienza unica, perché consente di uscirne mentalmente rafforzati e più pronti per un’eventuale altra sfida psicologica futura.

È bellissimo credere di essere diventati più forti nei pensieri che governano le nostre azioni.

Così si rafforza l’autostima.

Numero2974.

 

 

SALUTE MENTALE

Sindrome di Stoccolma

di Francesca Gianfrancesco 

La sindrome di Stoccolma è una dimostrazione palese di un legame traumatico. L’espressione “sindrome di Stoccolma”, infatti, è utilizzata per indicare una situazione paradossale in cui la vittima – di un sequestro, di un atteggiamento aggressivo o di altri tipi di violenza – avverte un sentimento di simpatia, empatia, fiducia, attaccamento e persino amore nei confronti dell’aggressore o sequestratore che detiene una posizione di potere nei confronti della vittima stessa.

Che cos’è la sindrome di Stoccolma

Gli esperti definiscono la sindrome di Stoccolma come un particolare stato di dipendenza psicologica/affettiva in cui la vittima, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del suo aggressore, arrivando ad instaurare un legame forte e di totale sottomissione volontaria e addirittura una sorta di rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice.

Molto spesso la sindrome di Stoccolma può essere ritrovata nelle situazioni di violenza sulle donne e negli abusi sui minori. È infatti statisticamente più frequente nelle donne, nei bambini, nelle persone particolarmente devote ad un certo culto, nei prigionieri di guerra e nei prigionieri dei campi di concentramento. Circa l’8% dei casi di sequestro di persona è caratterizzato dal fenomeno della sindrome di Stoccolma.

Nonostante sia definita come una sindrome, in realtà non è considerata una patologia clinica e non rientra nelle malattie psichiatriche, poiché secondo gli specialisti del settore non presenta i requisiti necessari per essere inserita nei manuali di psichiatria. Durante la stesura della V^ edizione del DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) gli esperti hanno preso in considerazione l’idea di inserire la sindrome di Stoccolma in una sezione specifica dell’opera.

Si è optato poi per l’esclusione per mancanza di studi scientifici validi e perché si è considerato che, di fatto, sentimenti positivi come empatia, affetto, amore, ecc. non possono essere classificati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico, nonostante essi siano rivolti ad un aggressore/sequestratore. Non rientrando dunque tra le condizioni psichiatriche non ci sono criteri validati per poter formulare una diagnosi vera e propria e non richiede una terapia specifica.

Perché si chiama sindrome di Stoccolma

23 agosto 1973, due detenuti evasi dal carcere di Stoccolma (Jan-Erik Olsson di 32 anni e Clark Olofsson, 26 anni) tentarono di rapinare la “Sveriges Kredit Bank” prendendo in ostaggio quattro impiegati (tre donne e un uomo). Ma qualcosa non andò come dovuto e il fatto di cronaca conquistò le prime pagine di tutti i giornali.

Furono 5 giorni molto intensi durante i quali, mentre la polizia cercava di trattare il rilascio degli ostaggi, all’interno della banca nasceva un rapporto di affetto reciproco tra sequestratori e vittime, uniti dalla volontà di proteggersi a vicenda. Questa sorta di convivenza forzata terminò poco prima di sei giorni, dopo i quali i malviventi si consegnarono alla polizia senza nessuna risposta di forza e le vittime furono rilasciate senza alcun atto di violenza da parte dei sequestratori.

Fu il primo caso in cui le vittime vennero supportate anche a livello psicologico dopo il sequestro e dai colloqui emerse proprio questo enorme paradosso: le vittime temevano di più l’azione della polizia che non i loro sequestratori, nei confronti dei quali invece provavano un sentimento positivo, tanto grande da essersi recati successivamente nel carcere a fargli visita e addirittura una delle impiegate divorziò per potersi poi sposare con uno di loro. Durante i colloqui psicologici le vittime riferirono di essere in debito con i loro sequestratori poiché non avevano fatto loro del male, più di quanto avessero potuto e avevano “restituito loro la vita”.

Il fatto di cronaca sviluppò un grande interesse da parte del criminologo e psicologo Nils Bejerot, che coniò il termine “sindrome di Stoccolma” per definire quella reazione paradossale emotiva al trauma sviluppata automaticamente a livello inconscio legata all’essere “vittima”.

Come si manifesta la sindrome di Stoccolma

I comportamenti che manifesta chi sviluppa la sindrome di Stoccolma sono del tutto singolari.

La vittima di sequestro o di un atteggiamento aggressivo o di altri tipi di violenza:

  • Dimostra sentimenti positivi come simpatia, empatia, affetto e talvolta innamoramento nei confronti del sequestratore/carnefice
  • Rinuncia alla fuga anche avendone la possibilità
  • Rifiuta di collaborare con la polizia o con le autorità nei confronti dei quali prova invece dei sentimenti avversi
  • Prova a compiacere i rapinatori/aggressori (comportamento frequente negli ostaggi/vittime di sesso femminile)
  • Legittima e discolpa i comportamenti e l’operato del sequestratore
  • Si sottomette volontariamente al volere del sequestratore
  • Rifiuta di testimoniare

La comparsa di tale sindrome è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato: essa, infatti, insorge in personalità fragili, non ben strutturate, poco solide, mentre chi ha un carattere forte e dominante sarà meno predisposto a manifestarla.

Durante i rapimenti di soggetti delicati in genere il sequestratore effettua una sorta di lavaggio del cervello volta a depersonalizzare la vittima spingendola a credere che nessuno arriverà a salvarla.

Dunque una prima fase comune a tutti coloro che rientrano nella sindrome di Stoccolma è un contatto “positivo” (che si innesca inconsciamente) con coloro che sì, li privano della libertà, ma che potrebbero abusare o maltrattare ancora di più le loro vittime ma non lo fanno.

Tutto questo non deriva dall’idea di esercitare un comportamento favorevole e vantaggioso nel “farsi amico” il sequestratore, ma è assolutamente una scelta non razionale che si innesca come meccanismo automatico legato all’istinto di sopravvivenza.

Insomma, per garantirsi la grazia del suo aguzzino la vittima elimina inconsapevolmente ma in modo conveniente dalla sua mente il rancore nei suoi confronti.

In questa condizione il rapitore avrebbe meno motivi per scatenare la sua violenza contro la vittima. In effetti, è stato riscontrato che la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza dei soggetti rapiti.

Dopo un primo stato di confusione e di terrore, la vittima reagisce allo stress “negando”. La negazione, infatti, è un rifugio psicologico primitivo che la mente utilizza per poter sopravvivere: non sta succedendo.

Un’altra possibile risposta è la perdita dei sensi o il sonno immediato, indipendente dalla volontà del soggetto. Quando la vittima inizia ad accettare e a temere realmente per la situazione che sta vivendo, la sua psiche trova un altro appiglio: verrà qualcuno a salvarmi.

Questo è un passaggio molto importante, poiché crea nella vittima la certezza che siano le autorità ad intervenire e a portarla in salvo. Il tempo spesso viene percepito in modo errato e dunque più il tempo passa più nella vittima si innesca un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare e resta latente.

Dunque quella idea di partenza che nessuno verrà a cercarmi è vera? La vittima inizia a sentire che la sua vita dipende direttamente dal rapitore sviluppando un attaccamento psicologico verso di lui. Inizia ad immedesimarsi, a giustificare a comprendere le motivazioni che lo spingono alla violenza.

Sintomi della sindrome di Stoccolma

A liberazione avvenuta, molte delle vittime che hanno sviluppato la sindrome di Stoccolma hanno continuato ad avere sentimenti positivi nei confronti dei loro sequestratori nonostante l’episodio abbia provocato uno shock tale da avere delle conseguenze psicologiche onerose.

I disturbi più comuni riscontrati sono disturbi del sonnoincubi ricorrenti, fobie, depressioneflashback in cui rivivono i fatti accaduti.

Anche la consapevolezza di questi disturbi psicologici non sempre corrisponde ad una diminuzione dell’attaccamento positivo provato nei confronti del carnefice (ricordiamo che una delle impiegate della Kredit Bank ha addirittura sposato il suo rapitore).

Alcune vittime, anche a distanza di tempo, hanno mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti della polizia o delle autorità in generale. Altre hanno iniziato a raccogliere fondi per aiutare i loro ex carcerieri e la maggior parte delle vittime si è rifiutata di testimoniare in tribunale contro di loro. Durante le interviste psicologiche è stato rilevato nelle vittime il bisogno di far visita ai loro ex carcerieri per accertarsi del loro benessere mentre provavano sensi di colpa per la loro carcerazione.

Cause che innescano la sindrome di Stoccolma

Le cause precise che determinano la sindrome di Stoccolma non sono ancora chiare, tuttavia molti studi sull’argomento hanno dimostrato come ci siano delle condizioni di base/situazioni specifiche comuni, che sono determinanti allo sviluppo della sindrome.

Queste situazioni sono 4:

  1. L’ostaggio sviluppa dei sentimenti positivi come simpatia, affetto, riconoscenza e anche amore, nei confronti del suo sequestratore. Da alcuni studi sul comportamento umano è emerso che atti visti come di “gentilezza” o cortesia da parte dei sequestratori, che banalmente possono essere garantire il cibo o lasciare utilizzare i servizi igienici, hanno un impatto benevolo sulla psiche dell’ostaggio tanto da far tralasciare la sua condizione di vittima e quasi da giustificare i comportamenti del suo sequestratore
  2. Non esiste nessun legame, rapporto e relazione precedente tra ostaggio e rapinatore La vittima inizia a sviluppare dei sentimenti negativi nei confronti della polizia o delle autorità in generale. Alla base di questi sentimenti c’è inizialmente la condivisione di un ambiente e di una situazione isolata, lontano dal resto del mondo tra il sequestratore e la vittima. Questo sentimento di condivisione scatena nell’ostaggio avversione nei confronti di chi deve salvarlo che dapprima tarda ad arrivare ma poi “invade” il luogo di condivisione, spingendo la vittima spesso ad aiutare in caso di bisogno il rapinatore.
  3. Secondo gli esperti, un’importante situazione favorente (ma non indispensabile) lo sviluppo della sindrome di Stoccolma sarebbe la durata prolungata del sequestro. Un sequestro prolungato, infatti, farebbe sì che l’ostaggio conosca più a fondo il suo sequestratore, entri in confidenza con quest’ultimo, fortifichi la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti, cominci a sentirsi dipendente da lui
  4. Sviluppo di senso di fiducia nell’umanità di chi lo ha sequestrato. L’ostaggio inizia a credere nell’umanità del rapinatore e più passa il tempo più il senso di attaccamento cresce. La vittima inizia ad avere paura non della sua condizione di ostaggio privo di libertà, ma inizia ad avere paura che qualcuno, intervenendo, possa fare del male al suo stesso carnefice. Questa fiducia nel senso di umanità del sequestratore non è dato tanto dal comportamento di quest’ultimo, ma è da ricercarsi nel credere che non abbia commesso atti di violenza ancora più gravi di quelli commessi: Avrebbe potuto riservarmi un trattamento ancora più violento, ma non lo ha fatto…

Esiste una cura per la sindrome di Stoccolma?

Non esiste alcun piano terapeutico specifico per chi soffre di sindrome di Stoccolma; è, infatti, il tempo a ristabilire la normalità nella psiche della vittima del sequestro.

Per il superamento delle conseguenze correlate alla sindrome di Stoccolma, gli esperti del comportamento umano ritengono fondamentale il supporto e l’affetto della rete familiare e sociale.

 

LA SINDROME DI STOCCOLMA

INNAMORARSI DEL PROPRIO PERSECUTORE

E’ difficile non vedere le forti analogie fra la sindrome di Stoccolma e la sindrome da dipendenza affettiva.

Il trait d’union fra le due sindromi consiste, da parte del dipendente, nel sentimento di ineluttabile prigionia e di terrore, quindi nella conversione di questi sentimenti in ammirazione, devozione, amore; e, nel dominante, di ambivalenza emotiva ed euforico sentimento di potere.

La persona maltrattata ridotta in una condizione di impotenza può “salvare” l’equilibrio mentale raffigurandosi la propria soggezione come amore fra lei e il persecutore. Il terrore di essere violati fisicamente e moralmente potrebbe promuovere una reazione di rabbia; ma poiché la rabbia viene avvertita come minacciosa per la propria sopravvivenza, viene rimossa. Al suo posto si riattivano allora le emozioni di dipendenza tipiche dell’età infantile: idealizzazione, ammirazione, devozione, amore per il potente (il genitore); a questi sentimenti arcaici, in età adulta si aggiunge sovente un intenso investimento erotico. Il persecutore appare allora non solo “giusto”, ma anche “attraente” ed “eccitante”.

La sindrome di Stoccolma è, dunque, una sorta di alleanza tra vittima e carnefice. Una ostentazione di sentimenti positivi verso l’aggressore che può portare coinvolgimenti affettivi, valoriali e sessuali. La vittima, per sfuggire al pericolo e sopravvivere, fa sue le ragioni del carnefice. Pertanto, interiorizza le ragioni dell’altro e lo giustifica, fino a innamorarsene e a rendersi deliberatamente suo schiavo.

In sintesi, la Sindrome di Stoccolma inverte il processo emotivo che ci consente di distinguere il nemico dall’amico, l’aggressore dalla vittima, colui che ci odia da colui che ci ama. E’ una situazione di grande interesse per capire e gestire nella pratica clinica i casi di angoscia infantile e, negli adulti, di dipendenza affettiva, masochismo morale, collusione sadomasochista.

Numero2959.

 

I L    S E N S O    D I    C O L P A

 

È un condizionatore, un congelatore, un aspiratore, una lavatrice, ma non è un elettrodomestico.
Funziona per mezzo di una corrente che non è quella elettrica.

Che cos’è?

È un condizionatore di spiriti, un aspiratore di credulità, un congelatore di coscienze, una lavatrice di cervelli e funziona con la corrente di pensiero della religiosità.

Per millenni, su miliardi di persone, ha funzionato egregiamente attraverso la religione, e continua a farlo nella vita di ogni giorno di tanti intorno a me: è il giogo del “senso di colpa”.

Un giogo che non è un gioco.

Per la religione Cattolica, ad incutere il senso di colpa è il “il peccato”, addirittura quello originale: la colpa di essere nati e, proprio solo per questo, peccatori.

Colpevolizzare la gente è un “trucco” psicologico perfidamente sottile ma vincente per il controllo delle coscienze.

Non riesci a liberartene. Se qualche volta, in certe rare occasioni, ce la fai a divincolarti da esso, subito dopo ne senti la mancanza e sei tu stesso ad “autoaggiogarti” di nuovo, perché, a starne senza, ti trovi perso.

Allenato come sei ad averlo sempre addosso, ad essere soggiogato, se non ne avverti il peso, ti senti, ancora una volta e sempre, …. in colpa.

Numero2943.

 

 

L A    D E P R E S S I O N E

 

da  QUORA

 

Scrive Riccardo Cecco, corrispondente di QUORA.

 

La depressione è pigrizia emotiva.

 

Premessa: sarò crudo e diretto. Dirò cose che non vuoi sentire. Perciò, se hai paura di sentirti offeso o di uscirne ferito dopo la lettura, NON LEGGERE!

Ho lottato con la depressione per moltissimi anni.

Una cantilena di pensieri ed emozioni negative si era impossessata di me, diventando la colonna sonora della mia vita. Credevo che fosse il mio naturale modo di essere, e ci creai attorno la mia identità.

Ero grasso, povero e senza amici e davo la colpa alla depressione. Poi mi sono reso conto che ero depresso perché ero grasso, povero e senza amici.

Sono stato bullizzato e deriso. Ho avuto problemi con l’alcol e le droghe. Ho sofferto di una forte ansia sociale e ho lottato con dei disordini alimentari. Alcune delle persone più importanti della mia vita sono venute a mancare quando ero ancora un adolescente.

La verità è che tutti abbiamo problemi e la vita non è fatta per essere semplice.

La società di oggi, però, ci incentiva ad essere flaccidi e a comportarci da vittime. Di conseguenza, siamo portati a dare la colpa a qualcosa di esterno per delle difficoltà che ci troviamo ad affrontare interiormente.

Non sopporto quando sento qualcuno dire “soffro d’ansia”. Che cazzo vuol dire? Tutti soffriamo d’ansia. Non è altro che un’emozione che si viene a creare nel momento in cui decidiamo di preoccuparci per qualcosa che potrebbe accadere in futuro.

Non sopporto nemmeno sentir dire “ho la depressione.” Di nuovo… Che cosa significa? Non si tratta di un tumore o di un virus. Non vai a fare una passeggiata senza il giubbotto e ti prendi la depressione. Non è una malattia che cade dal cielo da un giorno all’altro.

La depressione è circostanziale.

Se non sei a conoscenza del motivo per cui sei depresso, significa che dovresti cominciare ad esaminare la tua vita e imparare a conoscerti meglio, invece che passare le giornate davanti a Netflix.

È difficile? Ci sono dei mostri che non vuoi affrontare? Ti capisco, ed è del tutto comprensibile. Ma se decidi di distrarti piuttosto che affrontare la realtà, non cambierà mai nulla.

Potresti avere l’istinto di ribattere con mille scuse, e lo comprendo. Ci sono passato anche io attraverso quella fase. Quando sei depresso, fai di tutto per difendere la tua depressione: è più facile trovare delle giustificazioni per non cambiare, piuttosto che darsi da fare per farlo.

Qualche tempo fa, un mio amico stava attraversando un brutto periodo. Era rimasto senza lavoro, la ragazza lo aveva lasciato, suo padre stava molto male e non aveva idea di che cosa volesse fare nella sua vita. Vedeva il suo mondo andare a pezzi e disintegrarsi un pezzettino alla volta, giorno dopo giorno.

Mentre bevevamo un caffè è crollato: si è messo a piangere e a parlare di quanto tutto fosse insopportabile e ingiusto.

Lo ascoltai e mi si spezzò il cuore a guardarlo in quello stato. La mia propensione iniziale fu quella di appoggiargli una mano sulla spalla e proporre i soliti luoghi comuni: “dovresti farti aiutare da qualcuno,” oppure “mi dispiace, vedrai che con il tempo passerà.”

Grazie al cielo, ho avuto la freddezza di riflettere e ricordare che cosa avesse aiutato me a superare quei momenti difficili. E non fu di certo l’accondiscendenza del mondo esterno: quella non faceva altro che alimentare il mio vittimismo.

“Cazzo, che vita di merda che stai vivendo! Non vorrei mai essere nella tua situazione,” gli dissi.

Smise di piangere. I suoi occhi si sbarrarono. Mi guardò sorpreso, confuso e intimorito: inconsciamente, stava aspettando la classica parola di conforto.

“Che cosa vuoi dire?” mi chiese.

“Che hai ragione. Stai vivendo una vita di merda e non ti invidio per niente. E ora?”

“E ora cosa?” rispose.

“Che cos’hai intenzione di fare? Aspettare che passi? Aspettare che succeda qualcosa che ti cambi la vita da un momento all’altro o che un angelo venga a salvarti? Oppure vuoi muovere il culo e fare qualcosa?”

Rimase in silenzio per qualche secondo. “Muovere il culo,” disse.

Lo abbracciai e gli dissi che per qualsiasi cosa sarei stato a sua disposizione, poi me ne andai e lo lasciai solo con i suoi pensieri.

Ormai è passato più di un anno e sta continuando a lottare con i suoi mostri ma, a poco a poco, sta imparando a sconfiggerli e a migliorare la sua vita. Mi ha ringraziato più volte per come mi comportai in quella situazione. Dice che avrebbe voluto una pacca sulla spalla, ma ciò di cui aveva bisogno era guardare in faccia la realtà, e io lo aiutai a farlo.

Se in quel momento mi fossi mostrato come l’amico comprensivo e compassionevole, potrebbe ancora essere nella stessa situazione, se non peggio.

Sì, perché la depressione non nasce da un giorno all’altro: si crea nel tempo, man mano che evitiamo di affrontare i problemi e che li lasciamo accatastare dentro di noi sotto forma di pensieri incompresi ed emozioni inespresse.

La vita non è facile per nessuno e c’è chi ha ricevuto delle carte di gran lunga peggiori delle tue. La differenza nel lungo termine, tuttavia, non la fanno le carte che hai in mano, bensì come decidi di giocarle. Se altre persone in situazioni più difficili sono riuscite a conquistare un’esistenza più serena, perché non dovresti riuscirci anche tu? Che cosa ti rende così speciale da poter evitare il lavoro che va fatto?

Al mondo non interessa che cosa ti è successo, quali sono i tuoi problemi, se sei grasso, se sei stato bullizzato, se la tua ragazza ti ha lasciato o se è morto un tuo familiare.

La vita continua ad andare avanti, con o senza la tua depressione. Sta solamente a te decidere quale giocata fare con le carte che ti sono state consegnate.

Sostanzialmente, la scelta da fare è sempre una: essere una vittima o assumerti la responsabilità per la tua vita e cambiare il tuo modo di giocare. Entrambe le scelte implicano dolore, ma la prima porta sofferenza, mentre la seconda porta crescita e maturità.

Se non sai da dove cominciare, parti dal tuo stile di vita.

Usa la prima ora del giorno per allenarti, comincia a mangiare meglio e a regolarizzare il tuo sonno. Poniti dei piccoli obiettivi e perseguili.

Vedrai che, in un tempo relativamente breve, ti renderai conto che la depressione non è una malattia, bensì un insieme di abitudini sbagliate e assenza di introspettiva.

Non hai voglia di allenarti? Non ti piacciono le verdure? Non hai la motivazione necessaria per cominciare? Va benissimo, almeno sarai consapevole che non desideri davvero cambiare. Per lo meno, non abbastanza.

Forse hai bisogno di toccare il fondo per trovare l’energia e la motivazione, ma non te lo consiglio.

Io stesso ho toccato il fondo prima di dare una svolta alla mia vita. E se è vero che mi ha dato la motivazione per cambiare, è anche vero che è svanita dopo qualche giorno. Alla fine, ho dovuto comunque introdurre disciplina e resilienza per stare sul pezzo.

Ora… Andare in palestra, imparare nuove abilità e prenderti del tempo per conoscerti meglio, risolveranno tutti i tuoi problemi?

No, no e no.

Tuttavia, ti assicuro che, se migliorerai le tue abitudini, ti porrai qualche domanda in più e farai maggiore chiarezza sui tuoi desideri, la tua vita cambierà completamente. Ma sappi che avrai del lavoro da fare! E sarà dura, molto dura…

Puoi accettarlo e agire di conseguenza o continuare a vivere come hai sempre fatto, ma senza il diritto di dire che la vita fa schifo o che sei sfortunato.

Sono chiacchiere al vento e a nessuno interessa sentirle. Nessuno ti verrà mai a salvare. Non ti salverà un amico, né una pillola e nemmeno uno psichiatra. Solo tu puoi salvare te stesso.

La depressione è una scelta, non una malattia, e assumertene la responsabilità è l’unica cosa in grado di cambiare le carte in tavola.

Ogni ausilio esterno può essere utile e importante. Uno psichiatra o il supporto di un buon amico possono essere d’aiuto ma, in fin dei conti, l’unica cosa che conta è l’azione. La mera compassione non cambia nulla; anzi, rischia di farti sentire giustificato, rendendo la metamorfosi ancora più difficile.

Che tu sia d’accordo con me oppure no, a me non interessa. In realtà, non interessa a nessuno. Ma se trovi un senso in ciò che dico, sai già qual è il prossimo passo da fare e sai anche che devi cominciare ora.