E V I T A N T E
Il partner “evitante” è il partner
che ha profondamente paura
del suo bisogno dell’altro
e, quindi, tenta di negarlo
svalutando e screditando la relazione.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
E V I T A N T E
Il partner “evitante” è il partner
che ha profondamente paura
del suo bisogno dell’altro
e, quindi, tenta di negarlo
svalutando e screditando la relazione.
da Ascuolaoggi.com BLOG
E S S E R E E A P P A R I R E
Nella società odierna l’apparenza sembra aver completamente preso il sopravvento sull’essenza all’insegna di un’esistenza priva di significato in cui i più giovani stentano a trovare una loro identità, omologandosi a stereotipi privi di senso, determinando ciò sicuramente degli effetti deleteri nel loro processo evolutivo di crescita.
Ed è proprio per tal motivo che una ragazza di ventun anni, Chiara, si rivolge al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per trovare delle risposte ad alcuni suoi interrogativi.
A tal fine Umberto Galimberti coglie l’occasione per sottolineare come oggi sia più complicato “essere” che “apparire” all’interno di una società in cui l’uomo stesso si è degradato al livello di merce e perciò si può esistere solo mettendosi in mostra, pubblicizzando la propria immagine.
Pur di metterci in mostra abbiamo perso la nostra intimità, interiorità, essenza, il nostro pudore. La spudoratezza diviene una virtù e viene meno la vergogna. Di intimo è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà, che ciascuno cerca di nascondere per non essere isolato dagli altri.
Ecco dunque l’importanza per i giovani di riappropriarsi della loro identità, della loro essenza, riscoprendo quei valori guida che indicano la strada giusta da percorrere per non perdersi mai e che illuminano il cammino come un faro nella notte così da permettere loro una crescita sana, all’insegna dell’essenza e non dell’apparenza.
Preferisco essere felice
piuttosto che dignitosa.
Charlotte Bronte.
La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla “profondità”, ci condanna ad essa. – Il malato? Un metafisico suo malgrado.
(E. Cioran)
L’attuale ricerca scientifica ci conferma come, spesso, le tensioni emotive si riflettano nei problemi del corpo.
Stress, frustrazioni, emozioni negative, ansia e depressione possono essere somatizzati e tradursi in disturbi somatici, di diversa natura e gravità.
La trasformazione di stati mentali in eventi somatici è un’esperienza universale, che appartiene a tutti noi.
Ogni tipo di vissuto psichico può essere somatizzato, cioè spostato sul piano corporeo, soprattutto quando non è riconosciuto o elaborato dalla persona sul piano mentale.
L’angoscia somatizzata funziona da “terapia” per quella diretta, che porta eccessivo turbamento: l’ansia però non scompare, ha solo cambiato linguaggio.
La psiche ha un ruolo in ogni patologia medica, ma in alcune condizioni assume una rilevanza particolare, rispetto sia alla genesi del disturbo, sia alla sua evoluzione.
Si considerano “psicosomatiche” le malattie nelle quali ci sono modificazioni, organiche o funzionali, che dipendono da problemi psicologi ed emotivi.
In questo senso, ecco quali sono i quadri più comuni:
Nei disturbi elencati, gli stati affettivi sono tra le principali concause della malattia.
Ma anche nei disturbi che non c’entrano nulla con la psiche, la mente ha un ruolo centrale nel determinare la percezione del disturbo, la possibilità di seguire una cura adeguata, le dinamiche della convalescenza, e dunque anche la prognosi.
Ma come fa uno stato psichico a trasformarsi in un sintomo corporeo?
La coscienza acuta di avere un corpo, ecco cos’è l’assenza di salute.
(E.M. Cioran)
Per quanto possa sembrare misterioso, questo “salto” dallo psichico al corporeo è stato (parzialmente) spiegato dalla medicina contemporanea e dalle neuroscienze.
Corpo e mente non sono entità separate, ma s’influenzano reciprocamente, sempre e in molti modi, in salute e in malattia.
Questo inscindibile legame spiega molte malattie “misteriose”, e altrettante guarigioni apparentemente “miracolose”.
Vediamo alcune vie di “traduzione” dello psichico al somatico:
Quali sono i meccanismi di traduzione del disagio psicologico in malessere fisico?
Per sciogliere i sintomi è indispensabile risalire alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e,
con l’aiuto di forze che al tempo non erano disponibili, indirizzarlo verso una diversa soluzione.
(S. Freud)
Ci sono diversi meccanismi di “traduzione” del malessere, da psichico in somatico. Vediamo i due principali:
Un contenuto psichico rimosso si converte in un sintomo somatico, esprimendosi attraverso il linguaggio del corpo.
In questi casi, abbiamo a che fare con un conflitto inconscio che non trova altra via di risoluzione se non nella malattia.
Ad esempio, nelle paralisi isteriche, il conflitto si manifesta direttamente nei muscoli, colpendo la motricità: la persona è immobilizzata, senza alcuna motivazione medica.
Il sintomo è in stretto rapporto con il conflitto, cioè lo simbolizza, e in qualche modo lo “risolve”: ad esempio, in un conflitto tra dipendenza e autonomia, la paralisi risolve la questione, rendendo impossibile l’emancipazione.
Le persone con questo problema possono avere comportamenti dimostrativi, volti ad attirare l’attenzione o a suscitare compassione, non perché fingano di stare male, ma perché la malattia è in stretto rapporto con le dinamiche relazionali dell’ambiente di vita.
Al contrario, ci sono persone che manifestano un distacco affettivo che può arrivare all’incapacità di provare dolore, come se si fosse anestetizzati (belle indifference).
Anche in questo caso, la malattia è legata a stati affettivi non riconosciuti e non elaborati, ma i sintomi non hanno nulla a che fare con i contenuti psichici originari, essendo la generica espressione di una tensione emotiva brutalmente “scaricata” sul corpo.
Le persone che soffrono di questo tipo di disturbi, hanno spesso una certa difficoltà a identificare le proprie emozioni, a comunicarle e a elaborarle sul piano mentale (alessitimia).
Inoltre, possono avere difficoltà a interpretare bene gli stati mentali, sia i propri sia quelli altrui (deficit di mentalizzazione).
Per questo, gli stati affettivi imboccano, senza mezzi termini, la via somatica e si trasformano in sintomi e disturbi fisici, che possono essere diversi e multiformi, variando da persona a persona, ma anche nello stesso soggetto nel corso del tempo.
Questo tipo di disturbi è più difficile da curare rispetto a un’ansia o una depressione conclamate: prima i sintomi devono tornare psichici, allora la persona pensa di stare peggio, ma è l’inizio del processo di guarigione.
La paura di stare male: l’ipocondria
Quell’agente patogeno, mille volte più virulento di tutti i microbi, l’idea di essere malati.
(M. Proust)
L’impossibilità di tollerare la tensione emotiva può manifestarsi anche attraverso incertezze, comportamenti compulsivi e paure ipocondriache, al fine di ridurre l’angoscia.
Alcune persone hanno la paura o la convinzione incrollabile di avere un disturbo medico, pur essendo sane.
Tutti possiamo nutrire timori per la nostra salute, o per quella dei nostri cari, ma quando l’ansia è sproporzionata e irremovibile, nonostante le rassicurazioni mediche, allora si parla d’ipocondria.
La persona non “finge” di essere malata, il dolore che prova è reale, ma è sbagliata la sua interpretazione: infatti, non è riconducibile a una causa organica, ma a un malessere di tipo psicologico.
L’aspetto ossessivo dell’ipocondria, cioè i pensieri intrusivi circa l’essere malati, copre un’angoscia di fondo, che va indagata e compresa.
Inoltre, nel vero ipocondriaco, le rassicurazioni non eliminano la paura, ma lo fanno sentire ancora più solo e incompreso.
Può cambiare medico o spostare i sintomi su un altro organo, finendo per collezionare visite e accertamenti, ricevendo diagnosi sbagliate, seguendo cure spesso costose, imbottendosi di farmaci, senza risolvere nulla, finché non è indirizzato da uno bravo psicoterapeuta.
Come le emozioni influenzano la percezione del dolore
Un’anima triste può ucciderti più in fretta di un germe.
(J. Steinbeck)
Abbiamo visto come i processi psichici ed emotivi possono innescare catene di eventi somatici che portano a veri e propri disturbi organici, come mal di testa, gastriti, malattie della pelle o problemi di pressione.
Ma c’è un altro aspetto da considerare, cioè quello della percezione del dolore.
Il dolore è il risultato di un processo nervoso che, a tappe, dalle periferie arriva al cervello, ed è sempre amplificato dalla paura e dell’ansia, che abbassano la soglia della sua percezione.
Lo stesso meccanismo, condotto alle estreme conseguenze, può farci sentire il dolore anche quando non c’è una base organica.
Da un altro punto di vista, è interessantissimo l’esempio del fenomeno noto come effetto placebo: l’azione terapeutica che consegue all’assunzione di un “farmaco” privo di principio attivo.
E stato dimostrato dalla che prendere qualcosa da cui ci aspetta un effetto produce, almeno in parte, quell’effetto.
Inoltre, uno stesso farmaco funziona diversamente se assunto con fiducia o sfiducia.
Per quanto possa sembrare strano, c’è una spiegazione biologica: l’aspettativa di un effetto analgesico induce la produzione di endorfine, sostanze chimiche simili alla morfina, prodotte dal nostro cervello, che bloccano fisiologicamente il dolore.
Il problema è fisico o mentale?
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me. Mi conosco come una sinfonia.
(F. Pessoa)
Fisico e mentale sono due facce di una stessa medaglia: ogni evento affettivo, cognitivo o comportamentale ha un corrispettivo biochimico.
Parlare, ma anche ricordare o fantasticare, che sembrano attività “astratte”, comportano una serie di eventi concreti a livello cerebrale, come movimenti cellulari, molecolari e sofisticate operazioni biochimiche.
Il nostro cervello è plastico e si modifica strutturalmente in seguito alle esperienze di vita.
Ogni esperienza induce modificazioni cerebrali, che diventano definitive quando si strutturano in apprendimenti e nell’organizzazione di nuovi circuiti cerebrali.
Sapere che ogni evento psichico ha una base biologica ci aiuta a superare il dualismo mente-corpo, ma anche l’opposizione geni-ambiente.
Ogni comportamento ha una base genetica, ma questo non autorizza ad affermare che i geni ne siano la causa.
Ad esempio, la possibilità di provare paura ha una base genetica, ma una paura concreta, come quella degli spazi chiusi, dipende da un certo tipo di esperienze.
Allo stesso modo, c’è una predisposizione genetica all’ansia, ma gemelli omozigoti (con lo stesso patrimonio genetico), allevati in famiglie diverse, hanno probabilità diverse di sviluppare disturbi d’ansia, in base alle differenti esperienze ambientali.
L’ambiente, inteso soprattutto come insieme di relazioni, ha un ruolo fondamentale in ogni comportamento umano.
In particolare, le esperienze relazionali, soprattutto quelle precoci, sono centrali nel determinare la predisposizione a certi comportamenti, vissuti ed anche patologie.
Come curarsi: farmaci o psicoterapia?
La cosa più importante in medicina? Non è tanto la malattia di cui il paziente è affetto, quanto la persona che ne soffre.
(Ippocrate)
Meglio curarsi con i farmaci o con la psicoterapia? Anche questo è un falso dilemma.
Quando una malattia fisica ha una forte componente psicologica è evidente che il farmaco, da solo, non basta.
Non basta neppure uno psicofarmaco, prescritto dal medico di base senza un’adeguata valutazione psicologica e psichiatrica, con il rischio di errata diagnosi, dosaggi approssimativi, effetti collaterali, sviluppo di condotte di abuso o dipendenza.
Di fronte ad una sintomatologia “sospetta”, un terapeuta esperto può aiutarci a comprendere la natura del nostro malessere e, se necessario, con l’aiuto del medico, impostare una terapia farmacologica adeguata.
In conclusione, non si tratta di decidere se curarsi con i farmaci o con la psicoterapia, ma adottare un’ottica integrata, che ci permetta di comprendere la situazione in modo approfondito e mettere in campo le risorse più idonee alla risoluzione del problema.
COMPORTAMENTI TIPICI DELLE PERSONE CON FORTE AUTOSTIMA
Di Ana Maria Sepe, psicologa.
Ciascuno è artefice della propria sorte, dicevano i latini.
Questa frase esprime in maniera sintetica il concetto secondo cui è l’uomo stesso il protagonista della sua storia, del futuro che si costruisce e dell’immagine che ha di sé.
Ecco perché per vivere la vita che desideri è fondamentale sapere dove si è e dove si vuole andare. Cosa non sempre semplice, almeno …non per tutti.
Immagina che la realtà sia uno specchio: quello che hai dentro lo proietti e ti ritorna indietro.
Il problema è che la maggior parte dei pensieri è nell’inconscio, quella parte che risiede profondamente dentro di noi.
Immaginati un Iceberg: la punta che fuoriesce dall’acqua è la tua parte conscia, tutto quello che è sommerso (e molto più grande e potente) è la parte inconscia, mentre quello che fa muovere l’iceberg (ovvero la corrente marina) sono le nostre credenze, o convinzioni.
Quando ti trovi a dover decidere qualcosa, il processo avviene in maniera totalmente inconscia e automatica; tu magari prendi delle decisioni in modo cosciente, lo fai ragionandoci su, ma tutto quel che ti fa decidere è dettato in realtà dalle tue convinzioni profonde o paure.
Ti condanni perché, nella nostra infanzia, ci sottopongono a un apprendimento implicito: le punizioni contano.
Siamo cresciuti tra rimproveri, ricatti emotivi, obblighi morali e punizioni, anche emotive, come quelle che suonano piuttosto così: «Se non mangi tutto la mamma piange!».
Per non parlare dei commenti sprezzanti di alcuni genitori «Ma che cosa combini, sei stupido?!».
Ecco perché abbiamo appreso un dialogo interiore così feroce.
Ci è stato trasmesso dall’educazione genitoriale ricevuta.
Indietro nel tempo non possiamo tornare, ma oggi che siamo adulti, possiamo riservarci apprendimenti migliori!
Esse programmano il tuo essere e fanno parte della parte inconscia della mente (la parte della mente che si occupa di emozioni, funzioni creative e altro).
La cosa più importante da capire, è che queste credenze (quello che tu credi sia vero), non sono dogmi assoluti non opinabili, anzi proprio il contrario.
Come già ti ho spiegato, esse sono solamente la conclusione delle tue esperienze infantili, adolescenziali e in generale passate, quindi sono assolutamente soggettive.
E la buona notizia è che possiamo trasformarle (se vogliamo!).
La ricerca suggerisce che quando si tratta di emozioni positive e di modi di pensare abbiamo delle potenti capacità di scelta.
La storia ci ha mostrato in diverse occasioni che coloro che hanno una visione positiva della vita sono anche quelli che generalmente raggiungono un maggior successo.
A tal proposito, ho elencato 8 regole essenziali delle persone con un’alta autostima.
Scoprirai che con la giusta dose di pratica, pazienza e perseveranza potrai acquisire una buona autostima
Un suggerimento che sembra banale, ma non lo è.
Sorridere è il mondo più veloce ed efficace per diffondere positività intorno a te.
Pensa a quando vai al supermercato, in un negozio o ogni mattina in ufficio: riesci sempre a regalare uno dei tuoi sorrisi o riversi i tuoi problemi e le tue preoccupazioni sugli altri?
Tutti noi abbiamo giornate storte e battaglie personali che portiamo avanti silenziosamente, ma il mondo non ha bisogno della tua tristezza.
Un sorriso può fare veramente la differenza nella giornata di una persona!
Non lasciarti influenzare dalla negatività delle persone che riescono sempre a trovare un problema in ogni situazione e sono facili al lamento.
Anche la TV, i giornali e i social media ci bombardano con notizie allarmanti e tragiche.
Certo, occorre essere coscienti di quello che accade intorno a noi, ma a volte è solo morbosità, certe notizie non aggiungono alcun valore alla nostra vita se non quello di alterare la nostra percezione della realtà e renderci agitati per cose che non possiamo controllare.
Un altro dei modi più immediati per diffondere positività è prestare attenzione alle parole che usiamo per parlare a noi stessi e agli altri.
Le parole hanno un potere magico: attraverso esse possiamo benedire (dire bene) o maledire (dire male), creare felicità o portare disperazione, scatenare rabbia…
Le parole provocano emozioni, ecco perché occorre sceglierle con cura.
Le affermazioni positive sono molto efficaci per cambiare il nostro dialogo interiore.
Scrivile su dei post-it e mettile sui muri di casa, sul tuo computer e in posti dove siano sempre visibili.
È in questo modo che puoi lentamente modificare il tuo inconscio.
L’insicurezza genera paura che a sua volta genera pensieri spaventanti e amplifica l’effetto delle più legittime preoccupazioni.
Come fermare tutto questo? Imparando a costruirci da soli quella sicurezza perduta, imparando a parlare con noi stessi!
Se spesso ti senti sopraffatto, scoraggiato, inibito… sappi che non puoi essere deluso di te, se nessuno ti ha mai insegnato come si fa a sentirsi forti e fiduciosi!
Questa consapevolezza dovrebbe aiutarti ad accettare di più quelle parti di te che tanto vorresti cambiare.
Quelle fragilità sono lì per un motivo, si sono sviluppate nel contesto in cui hai vissuto e non potevano essere diversamente, fino a oggi!
L’accettazione e la consapevolezza sono i due ingredienti di base per vivere pienamente in base alle proprie ambizioni, svincolandosi da condizionamenti e vincoli affettivi.
Una buona strategia per iniziare a ridefinirsi consiste nel parlare a se stesso, sottoponendo dei discorsi esterni, argomentando in modo propositivo come farebbe un buon amico.
Lungi da essere una tendenza occasionale, non devi farlo solo quando ti senti giù ma su base quotidiana.
A volte restiamo attaccati alla negatività del passato, portiamo rancore verso persone o situazioni già successe e che ancora influenzano la nostra vita nel presente.
L’unico modo per liberarsene è lasciare che il balsamo del perdono ammorbidisca il nostro cuore.
Molte persone pensano che perdonare significhi fare finta di niente o condonare.
Perdonare significa concedersi il regalo di stare bene, di andare avanti nonostante quello che è successo e che comunque non si può modificare.
Il più delle volte, chi ci ha ferito neanche si rende conto del male che ci ha fatto e, mentre noi pensiamo di “fargliela pagare”, questa persona è felice e beata e va avanti nella sua vita, mentre siamo noi quelli che soffriamo.
Una bella frase del musicista nigeriano Babatunde Olatunji ci dà un indizio: “Il passato è storia, il domani è un mistero. L’oggi è un dono. Per questo motivo lo chiamiamo presente”.
Tieni sempre a mente che tutto quello che hai, l’unica certezza di cui disponi è il momento presente.
Pertanto, non sprecarlo vivendo da qualche parte tra un passato che non esiste più e un futuro che non sai se arriverà mai.
Goditi le piccole gioie quando arrivano.
Sei tu e il tuo presente, usa bene questo dono.
Le emozioni non sono le sole a influenzare la tua prospettiva del problema, hanno valore anche le tue convinzioni, le aspettative e i pensieri.
Se nel corso degli anni hai sviluppato uno stile di pensiero catastrofico, questo si attiverà automaticamente ogni volta che avrai a che fare con un problema.
Quindi, per non essere trascinato via dalla corrente devi anche prestare attenzione ai tuoi pensieri.
La ristrutturazione cognitiva è una tecnica impiegata nella terapia cognitivo-comportamentale.
Viene utilizzata per identificare e correggere i modelli di pensiero negativo.
Il primo passo consiste nel monitorare tutti i pensieri negativi automatici che affollano la nostra mente e generano stress emotivo e frustrazione, come per esempio: “Sono un disastro, non riuscirò a risolvere il problema, non ce la farò mai.”
Questo pensiero dovrebbe essere sostituito da uno più funzionale, del tipo: “Con un po’ di pazienza e serenità sarò in grado di risolvere il problema” oppure ” Devo darmi un’altra possibilità”.
Tutto questo non significa ricorrere a idee positive irrealistiche e ingenue, ma assumere un atteggiamento più realistico e propositivo.
Ci sono persone che hanno un “feeling” speciale per noi e che sono in grado di curare le nostre ferite con un abbraccio sincero, una parola dolce … Sfogati con loro, racconta loro ciò che ti succede.
Vedrai che poi ti sentirai molto meglio.
Non essere timido, elargisci abbracci, massaggi, lascia spazio alle coccole: da fare e da ricevere.
Tutte le attività che prevedono un contatto interpersonale, migliorano la produzione di ossitocina.
L’ossitocina è in grado di ridurre i livelli di cortisolo (ormone dello stress), abbassare la pressione sanguigna e migliorare il metabolismo, con effetti positivi sul sistema gastrointestinale.
E prima inizi il lavoro su di te per cambiare modo di pensare, prima riuscirai a trasformare la tua vita.
Ma come prima cosa devi diventare consapevole del tuo potere.
Metti in pratica i miei suggerimenti e di sicuro ti approccerai in modo propositivo verso gli avvenimenti della tua vita.
Sii coraggioso e ricorda sempre che non è mai troppo tardi per essere felice.
Non è mai troppo tardi per amare ancora, per fare un viaggio, anche dentro di te, o per acquisire nuove competenze.
Fino a quando il tuo entusiasmo sarà forte, sarai accompagnato da salute e ottimismo, niente e nessuno potrà limitarti.
Spero di aver scosso un pochino il tuo lato propositivo; ti lascio augurandoti un grosso in bocca a lupo per i tuoi progetti e dedicandoti questo bellissimo aforisma di Henry D. Thoreau ” C’è un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera”.
Sicuramente conosci il tuo colore preferito del momento (è normalissimo se cambia!), quando sei nato e le scarpe che preferisci indossare.
Ci sono, però, tantissime cose di te che ignori completamente e per questo a volte ti senti confuso, disorientato sulle scelte da prendere o addirittura incoerente (stare con chi ti fa soffrire, procrastinare cose che a lungo termine ti fanno bene, ignorare i tuoi bisogni autentici…).
In realtà, non c’è niente di incoerente nel provare desideri ed emozioni contrastanti.
Anche queste sono il frutto di un “giudice severo”, perché se da un lato inneggi la forza, il controllo e la determinazione, dall’altro ci sarà sicuramente una parte di te che desidera la fuga e la perdita di controllo e che quindi spingerà verso delle condotte che sembrano remarti contro.
Le 13 frasi tipiche del manipolatore passivo-aggressivo.
Di Ana Maria Sepe, psicologa.
Il tema dell’assertività è oggi di grande attualità: saper sviluppare questa caratteristica sembra infatti vantaggioso e fondamentale in molti contesti della vita relazionale.
Nell’ambito lavorativo, nella coppia, nelle relazioni amicali (…), l’assertività è una competenza che si manifesta prevalentemente nella sfera sociale.
Essa è “la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze ed i propri diritti e di esprimerli con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo nel contempo una positiva relazione con gli altri, oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti ed interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri” (Galeazzi, Porzionato, 1998).
L’assertività viene descritta da più autori lungo un continuum comportamentale che va dalla “ passività” all’“aggressività”, estremi indicati come negativi e disfunzionali rispetto ad una serie di comportamenti intermedi socialmente funzionali ed efficaci.
Le osservazioni hanno portato alla descrizioni di quattro stili di comportamento, tre piuttosto palesi e uno più difficile da individuare perché subdolo e manipolatorio.
Quando un individuo tende a subire le situazioni senza reagire, assumendosi la responsabilità anche di eventi che non lo riguardano in prima persona; quando non afferma le proprie idee, ritenendo che quelle degli altri siano migliori, quando mette da parte i propri bisogni ed esigenze, non riuscendo a fare richieste o a dire di no; quando ha paura di sbagliare e teme il giudizio altrui, sentendosi frustrato e scontento, ma dirigendo la propria rabbia verso di sé, anziché verso la sua fonte, stiamo parlando di tutta una serie di comportamenti riconducibili ad uno stile passivo.
Com’è facile intuire, alla base di questo atteggiamento ci sono una scarsa autostima ed una bassa considerazione di sé. Generalmente le persone passive hanno quattro principali motivazioni, spesso irrazionali ed irrealistiche:
Il comportamento passivo può offrire dei vantaggi, come ad esempio, evitare di assumersi responsabilità, evitare i conflitti, ma solo nel breve termine, guadagnarsi più simpatia e benevolenza. Tuttavia i costi sono spesso maggiori ed anche più concreti dei vantaggi, poiché non si possono evitare i conflitti nel lungo periodo e la frustrazione accumulata nel tempo può esplodere in improvvisi scoppi d’ira; progressivamente si perde fiducia in se stessi e, di certo, non si può piacere a tutti!
Una persona è aggressiva quando tende ad affermare se stessa con arroganza e prepotenza, quando pretende che gli altri si adeguino ai suoi voleri e bisogni, senza tenere in considerazione le esigenze ed i sentimenti altrui; inoltre quando non è disposta a cambiare idea su cose o persone, si ritiene superiore e non chiede scusa, non ascolta e interrompe gli altri, li colpevolizza, li critica, li svaluta.
Le principali motivazioni sottostanti a tale atteggiamento sono:
Come sottolinea Meazzini (2000), l’aggressivo è cognitivamente miope, cioè, vede solo i risultati a breve termine del suo comportamento: gridando e minacciando riesce ad intimidire gli altri e probabilmente a raggiungere il risultato sperato.
Non si accorge che così facendo però crea le premesse per il suo fallimento lavorativo ed esistenziale, nel lungo periodo si crea intorno inimicizia, insopportabilità, boicottaggio, crea rapporti basati sul timore e sull’odio. Inoltre si creano inutili sensi di colpa e la sua perdita di autocontrollo costituisce un modello educativamente perdente.
La persona assertiva ha una immagine positiva di sé, ma non per questo si ritiene superiore agli altri. é capace di comunicare bisogni, interessi e richieste, così come di mettere dei limiti in maniera chiara, sa interagire positivamente e si assume la responsabilità delle proprie scelte.
Non è imbrigliata in sentimenti di inferiorità e nemmeno si compiace narcisisticamente di sé, tiene conto delle proprie esigenze e di quelle altrui e valuta quali siano prioritarie in base alla situazione, gestisce il conflitto e le critiche in modo costruttivo, interessandosi a risolvere le situazioni, più che ad averla vinta sull’altro.
E’ consapevole della propria scala di valori e sa decidere di conseguenza.
C’è poi un altro stile, che probabilmente è quello più difficile da individuare, per il suo carattere subdolo e sottile.
Si tratta dello stile manipolativo, detto anche passivo-aggressivo.
E’ tipico di persone apparentemente piuttosto passive, ma che dentro di loro nutrono un forte risentimento, nei propri pensieri e nelle proprie convinzioni (Castanyer, 1998).
Ovviamente tutti in misura diversa adottiamo comportamenti di questo tipo, ma alcune persone hanno la tendenza ad utilizzarlo come stile prevalente.
L’aggressivo-passivo non specifica cosa vuole o intende, ma utilizza dei modi indiretti per esprimere se stesso od ottenere ciò che desidera. Può manifestarsi con complimenti ambigui e poco sentiti, sarcasmo, eccessive dimostrazioni di interesse e gentilezza non autentici, procrastinazioni, finti fraintendimenti, omissioni, sabotaggi, ritardi e, ovviamente, negazione dei propri sentimenti di rabbia quando qualcuno li coglie.
In altri termini, dietro atteggiamenti apparentemente disponibili e cordiali, si cela un’ambigua ostilità e la volontà, più o meno consapevole, di ferire o attaccare l’altro.
La rabbia non può essere espressa in maniera chiara, diretta ed assertiva, ma viene manifestata indirettamente.
Vediamo alcuni esempi molto comuni della comunicazione passiva aggressiva.
Nota bene: queste frasi, da sole, non significano molto, sono indicative solo quando inserite in un determinato contesto emotivo.
1. “Che cos’hai?”… “Niente!” (afferma con tono stizzito, offeso e accusatorio!). È una scena tipica quella di lei che delusa o arrabbiata mette il muso, risponde a secchi monosillabi, distoglie lo sguardo, ma quando lui le chiede quale sia il problema, nega prontamente la propria rabbia continuando, però, sottilmente le manifestazioni.
2. Durante un discorso, quando le opinioni iniziano a divergere, ecco che arriva: “Bene, bene!…Ok!”. Un’affermazione per tagliare velocemente la comunicazione emotiva dicendo seccamente che tutto va bene, ma, anche stavolta, esprimendo rabbia attraverso il non verbale.
3. & 4. “Si, si… tra poco”: procrastinare continuamente qualcosa che abbiamo accordato di fare per altri, può essere una forma di aggressività passiva, così come arrivare in ritardo.
Questa formula va a braccetto con: “Ah… non avevo capito!”, cioè fare il finto tonto, il distratto, può essere un modo per sottrarsi a qualche situazione indesiderata evitando di esporsi direttamente.
5. & 6. “Non mi riguarda! Fai come ti pare” e “Te l’avevo detto io!”: prendere le distanze in modo manipolatorio, aspettando che l’altro decida, per poi attenderlo al varco e criticarlo con senso di rivalsa quando le cose non funzionano.
7. “Lo dico per te!”: fingere di dire una cosa per l’interesse dell’altro, con l’intento di persuaderlo per ottenere dei vantaggi personali.
8. “Hai fatto un bel lavoro… per uno del tuo livello”: fare complimenti ambigui, che hanno un inizio mieloso…ed un finale amaro come il fiele!
9. “Un vero amico lo farebbe!”: il classico della manipolazione emotiva, indurre il senso di colpa in modo ricattatorio. E’ un metodo infallibile per intrecciare relazioni disfunzionali o educare figli tendenti alla passività e all’insicurezza (qui io stessa ho assunto uno stile deliberatamente e retoricamente manipolatorio).
10. “Da solo non ce la farò mai!”: svalutarsi e vittimizzarsi per ottenere l’aiuto, le attenzioni ed il sostegno altrui, anziché chiederlo in maniera diretta, chiara e… assertiva. In questo modo l’aiuto dell’altro viene estorto, come qualcosa di dovuto e non richiesto.
11. “Se non lo faccio io… tanto non lo farà nessuno!”: caricarsi una croce sulle spalle e fare il martire.
12. “Eh, però così non va bene! Perché non lo capisce?”: lamentarsi con gli altri e parlare alle spalle senza affrontare la questione in maniera aperta e chiara con il diretto interessato.
13. “Scherzavo! Quanto sei nervoso!”: alla lunga l’atteggiamento passivo-aggressivo diventa veramente irritante per chi ci ha a che fare e alla fine è probabile che induca il malcapitato a perdere il controllo e ad avere un eccesso di rabbia; cosa che procura spesso una certa soddisfazione malcelata al manipolatore, il quale allora accusa l’altra persona di mancare di senso dell’umorismo.
Il modo migliore per difenderci da tali atteggiamenti e per evitare noi stessi di metterli in atto è quello di essere consapevoli delle nostre emozioni e dei nostri moti di aggressività.
Saper regolare le nostre emozioni in modo proficuo, senza reprimerle o negarle, ma neppure scaricandole sugli altri in modo incontrollato, è la capacità che dobbiamo coltivare ed apprendere per migliorare la nostra autostima e avere relazioni migliori.
È importante allenarci ad essere assertivi ed empatici, avendo chiari i nostri diritti individuali e riconoscendo che anche gli altri hanno gli stessi: ai più non piace sentirsi manipolati e hai il diritto di far sapere agli altri che non piace neanche a te!
Per imparare a prendere le distanze occorre rispettare il proprio sentimento e le proprie emozioni tanto quanto i propri reali desideri e bisogni, dire “no” quando è NO che sentiamo: ad esempio non accondiscendere a incontri o intimità solo “per far andare bene le cose”.
Anche se hai paura di perdere la persona che ti piace o che ami chiedendole di essere all’altezza dei tuoi standard, la verità è che rendere chiare le tue necessità e non accettare compromessi, è l’unico modo per essere rispettato e avere delle relazioni felici.
La tua persona continuerà a pensare che a te sta bene la situazione e continuerà a comportarsi come ha sempre fatto.
Sei tu che decidi cosa vuoi e sei solo tu ad avere la possibilità di dire no agli atteggiamenti degli altri.
Devi solo conoscere il tuo valore e capire che chi non ti da la giusta importanza, chi non ti rispetta, non è una persona da tenere nella tua vita.
I L P A R E N T E T E D E S C O
Quali sono i primi sintomi dell’ALZHEIMER?
I sintomi iniziali dell’Alzheimer possono manifestarsi in modi sottili ma significativi. Riconoscere questi segni precoci è fondamentale per una diagnosi tempestiva e per ricevere un supporto adeguato. Ecco i principali sintomi iniziali dell’Alzheimer:
Riconoscere questi sintomi iniziali è fondamentale, poiché un intervento tempestivo può aiutare a gestire meglio la malattia, migliorando la qualità della vita sia per chi ne soffre che per i suoi cari.
da QUORA
Quali sono alcuni fatti interessanti della psicologia quotidiana che quasi nessuno conosce?
Scrive James Collins, corrispondente di QUORA.
Ecco alcuni fatti interessanti sulla psicologia quotidiana che quasi nessuno conosce:
1. Effetto Dunning-Kruger
Le persone con poche competenze in un’area tendono a sopravvalutare le proprie capacità, mentre gli esperti spesso sottovalutano le loro abilità. Questo fenomeno si chiama effetto Dunning-Kruger.
2. Il cervello ama la ripetizione
Il cervello tende a ricordare meglio ciò che viene ripetuto più volte. Questo fenomeno, chiamato effetto di esposizione, fa sì che più vediamo o ascoltiamo qualcosa, più lo apprezziamo.
3. La mente si blocca sotto pressione
Quando siamo sotto pressione o ansiosi, il nostro cervello può letteralmente “bloccarsi”. Questo perché l’amigdala, responsabile delle risposte emotive, prende il sopravvento e riduce l’accesso alla memoria e al pensiero logico.
4. L’illusione di trasparenza
Molte persone credono che gli altri possano percepire facilmente i loro pensieri e sentimenti, ma in realtà tendiamo a essere molto meno trasparenti di quanto immaginiamo. Questo si chiama illusione di trasparenza.
5. Effetto placebo
Anche quando un trattamento non contiene alcun principio attivo, molte persone riferiscono miglioramenti semplicemente perché credono di essere curate. Questo è noto come effetto placebo.
Questi sono solo alcuni dei tanti aspetti affascinanti della psicologia quotidiana che influenzano le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto!
da QUORA
Scrive Todd Bessinger, corrispondente di QUORA.
Quali sono alcune verità che i medici non ti dicono?
Il mio più onesto professore di medicina ci disse questo: dei disturbi che la gente presenta, il 95% migliorerà da solo.
L’1% probabilmente ucciderà il paziente, non importa cosa faccia il medico.
Rimane circa il 4% di tutti i pazienti, per i quali si può intervenire in modo significativo e salvare la vita.
Il suggerimento era che dovremmo sempre essere alla ricerca di quel quattro per cento.
Questo mi ha aperto gli occhi, ma dopo anni di pratica medica e di riflessione, mi rendo conto che c’è una grande porzione di quel 95% la cui vita può essere migliorata con un’assistenza medica efficace e compassionevole.
Anche se miglioreranno comunque, si può comunque alleviare la sofferenza.
La teoria del 95% spiega anche perché i trattamenti pseudoscientifici funzionano, specialmente se il paziente crede che funzionino.
La combinazione dell’effetto placebo e del fatto che il paziente sarebbe guarito comunque è una medicina potente.
Scrive Richard Reese, corrispondente di QUORA
Ci sono vari aspetti della salute e della medicina che i medici potrebbero non menzionare esplicitamente ai pazienti, sia per mancanza di tempo che per complessità delle informazioni. Ecco alcuni esempi:
Se ci sono specifici ambiti della tua salute o trattamento che ti preoccupano, chiedere apertamente al tuo medico può aiutarti a ottenere una comprensione più completa delle tue opzioni e dei potenziali rischi.
Scrive Alessandra Turinetto, corrispondente di QUORA
Il principio del consenso informato e la sua rigorosa interpretazione giurisprudenziale scoraggia la reticenza dei sanitari nel corso del rapporto curativo. Secondo la giurisprudenza della Cassazione e della Corte Costituzionale, il paziente non ha solo il diritto alla salute (inteso come diritto alla sua integrità psico-fisica), ma ha anche il (diverso e distinto) diritto di autodeterminazione (inteso come diritto di disporre di sé stesso sul piano fisico e psichico). Ne discende che il paziente, dovendo essere parte attiva nel rapporto con il curante, ha diritto ad informazioni chiare ed esaustive e, correlativamente, il medico ha l’obbligo di verità.
Non esiste una legge specifica che obbliga il medico in tal senso, l’obbligo è solo contrattuale e deontologico, e la sua violazione espone il sanitario all’obbligo di risarcimento, oltre che a sanzioni disciplinari. Quindi, ad esempio, se la prognosi è nefasta e il medico, per compassione, decide di informare solo i parenti, potrebbe configurarsi un inadempimento contrattuale (illecito civile), perché, nel momento in cui ci si affida ad un medico, si instaura un rapporto contrattuale vero e proprio (detto da contatto sociale qualificato). Se l’omissione informativa ha delle conseguenze (perché, ad esempio, si scopre che la patologia, sia pur grave, era in realtà curabile, ma il silenzio del medico ha accelerato la morte), è esperibile un’azione civile per il risarcimento dei danni.
Il codice di deontologia medica (che è il corpus delle regole etiche e morali cui deve attenersi il medico e la cui violazione lo espone a sanzioni disciplinari) impone un dovere di informazione chiara e completa circa lo stato di salute del paziente, diagnosi, prognosi, terapia indicata, alternative terapeutiche, possibili rischi e complicanze, prescrizioni comportamentali da osservare. Il medico deve adeguare la comunicazione alle capacità di comprensione del destinatario e garantire un’informazione che consenta al paziente di essere parte attiva del processo decisionale e curativo.
L’incremento dei contenziosi per malpractice sanitaria ha generato il fenomeno della c.d. medicina difensiva, positiva (è, ad es, il caso del medico che prescrive più esami diagnostici del necessario per non incorrere in responsabilità) e negativa (è il caso del medico che, ad es, rifiuta un intervento altamente rischioso).
15 FATTI INTERESSANTI SULLA PSICOLOGIA.
da QUORA
Scrive Riccardo Cecco, corrispondente di QUORA.
Perché desideriamo sempre qualcosa che non possiamo avere?
Credere che delle circostanze esterne possano farti felice è uno dei più grandi errori dell’umanità.
So che non è un pensiero originale. Non sto dicendo nulla di nuovo. In realtà, si tratta di uno dei principi base del buddismo. Ma più vado avanti e più mi accorgo che è proprio così.
Compri l’ultimo iPhone. Attendi il suo arrivo come se stessi aspettando la seconda venuta di Cristo. Ogni notte guardi video recensioni sul nuovo iPhone.
Ma, cazzo, perché?!
È solo un oggetto. Uno stupido telefono. E lo sai benissimo: dopo due giorni dall’arrivo, ti ci abituerai e lo darai per scontato.
Il fatto è che siamo dei tossicodipendenti del desiderio. Ci droghiamo con l’illusione che qualcosa di esterno possa regalarci la felicità, ed è assurdo.
Cercare la tua serenità all’esterno è stupido. Questo non significa che non dovresti avere ambizioni. Certo che dovresti. Sei umano, e sei qui per fare qualcosa. Dovresti sempre puntare a migliorarti, a superare te stesso e a passare al livello successivo di questo affascinante gioco chiamato “vita”. Non sei qui per sdraiarti su una spiaggia e bere mojito tutto il giorno. Devi onorare il tuo scopo, fare ciò che ami e portare il tuo valore al mondo.
Ma pensare che cambiare qualcosa fuori di te cambierà come ti senti dentro è follia. Ed è un errore che facciamo tutti. Sempre. Continuamente crediamo che “una volta raggiunto quell’obiettivo o posseduta quella cosa”, saremo felici. È un circolo vizioso che guida il nostro sistema decisionale quotidiano.
Il desiderio è un contratto che stipuli con te stesso in cui ti impegni a essere infelice finché non ottieni ciò che vuoi.
-Naval Ravikant
Molti di noi non se ne rendono nemmeno conto. Andiamo avanti a desiderare cose e situazioni giorno dopo giorno, e poi ci chiediamo perché siamo infelici. Essere consapevoli di questo è fondamentale perché ti permette di scegliere i tuoi desideri con più attenzione. Cerca di non avere più di un grande desiderio alla volta, e riconosci che proprio quel desiderio sarà anche la fonte principale della tua sofferenza. In questo modo diventi consapevole di quale area della tua vita hai deciso di sentirti insoddisfatto.
Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni, è che è molto più importante essere specifici nel definire i nostri desideri, piuttosto che cercare di fare qualcosa che pensiamo di volere, ma che in realtà non vogliamo davvero.
Quando hai vent’anni sei giovane, sano, e hai l’energia per fare una miriade di cose. Facendo tante cose, accumuli sempre più desideri, e non ti accorgi nemmeno che questo distrugge lentamente ma inesorabilmente la tua pace interiore. I giovani, infatti, sono generalmente più sani, ma meno felici. Le persone più anziane sono meno sane, ma più in pace con se stesse.
Quando sei giovane, hai tempo e salute, ma non hai soldi.
A quarant’anni, hai soldi e salute, ma non hai tempo.
Quando sei vecchio, hai soldi e tempo, ma non hai la salute.
Lo scopo sarebbe quello di riuscire ad avere tutte e tre le cose insieme.
In tal caso, congratulazioni: hai fatto bingo.
P E R S O N E T O S S I C H E
1 Il complimentoso velenoso.
2 Il divoratore di tempo.
3 Il profeta del disastro.
4 Il collezionista di favori.
5 Il cacciatore di drammi.
6 Il narratore non richiesto.
7 Il rubacuori delle tue passioni.
8 Il Re del rialzo.
9 Il complice del malumore.
G L I O C C H I
La cosa splendida
del parlare con gli occhi
è che non ci sono mai
errori grammaticali.
Perché gli sguardi sono
sempre frasi perfette.
da QUORA
Scrive Fabrizio Mardegan psicologo, corrispondente di QUORA
G A S L I G H T I N G ( INFLUENZA ANGOSCIANTE )
Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona cerca di far dubitare l’altra della propria percezione della realtà, della memoria o della sanità mentale.
Il termine “gaslighting” deriva dal film del 1944 chiamato “Angoscia” (Gaslight in inglese), in cui il protagonista cerca di far impazzire sua moglie facendole credere di essere pazza.
Il gaslighting coinvolge una serie di comportamenti intenzionali che minano la fiducia e la sicurezza dell’altra persona. Di seguito sono riportati alcuni esempi di tattiche di gaslighting:
L’obiettivo del gaslighting è quello di ottenere il controllo e il potere sull’altra persona, minando la sua fiducia in se stessa e nella propria percezione della realtà.
Le vittime di gaslighting possono iniziare a dubitare di se stesse, a sentirsi insicure e a cercare la conferma e l’approvazione del manipolatore.
Ciò può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sul benessere dell’individuo coinvolto.
Riconoscere il gaslighting è il primo passo per proteggersi da questa forma di manipolazione.
Se ti ritrovi in una relazione in cui sospetti di essere vittima di gaslighting, può essere utile cercare supporto da amici, familiari o professionisti della salute mentale per ottenere un’ulteriore prospettiva e supporto.
da QUORA
Scrive Joel, corrispondente di QUORA
È normale, durante un lungo periodo di ansie e preoccupazioni, non sentire più la “dopamina”?
La “dopamina” è conosciuta come il “neurotrasmettitore del piacere”: viene immagazzinata nel cervello e rilasciata nel flusso sanguigno quando proviamo sensazioni piacevoli, durante attività come ascoltare musica o mangiare il nostro piatto preferito.
Si è normale: lo stress blocca questo processo.
Come sappiamo la carenza di dopamina e noradrenalina nelle persone afflitte da ansia e stress cronici si manifesta con sintomi tra cui: stanchezza, calo della forza fisica e dell’energia, perdita di entusiasmo per la vita, disturbi del sonno e insonnia, scarsa attitudine/propensione al lavoro, tendenza alla depressione.
Al di fuori dell’area cerebrale, questo ormone regola la vascolarizzazione di determinate regioni del corpo e stimola parti del sistema nervoso vegetativo, migliorando così le prestazioni fisiche. Una carenza di dopamina può causare diversi disturbi, tra cui problemi di digestione e cali di energia. Con il calare delle energie, si rischia di entrare in depressione.
Come recuperare dopamina?
Praticare attività fisica permette di fare il pieno di endorfine con un immediato effetto positivo sull’umore. L’esercizio fisico stimola non solo la produzione di endorfina, ma anche di dopamina che genera un immediato senso di soddisfazione.
Il consiglio è sempre quello di fare un po’ di attività fisica.
Poi esistono anche tecniche di meditazione e respirazione che eliminano l’ansia e lo stress.
Ne cito qualcuna:
Tecnica del10-6-3 secondi.
Prendi un po’ d’aria, trattieni il fiato e conta mentalmente fino a 10. Non fare respiri troppo profondi, non gonfiare il torace. butta fuori l’aria comincia a respirare con un ritmo di sei secondi: tre secondi per prendere aria e tre secondi per buttarla fuori. Ripeti l’esercizio fino a che non senti benessere.
Tecnica della parola pronunciata.
Inspira lentamente e profondamente immettendo nell’organismo aria attraverso il naso. Presta attenzione a come la pancia e il busto si espandano per far posto all’aria in entrata. Espira sentendo l’aria fluire via dal corpo.
In questi istanti, pensa a una parola che ti tranquillizzi e pronunciala.
La respirazione e la meditazione nascono appositamente per eliminare stress, ansia, depressione e anche impulsività: ristorano il pensiero donando vigore e lucidità.
La meditazione, insieme alla respirazione, dona sempre più controllo al singolo individuo, attraverso un ottima ossigenazione.
Fonte: attraverso i miei studi personali e confronti sul web.