P A C E S P I R I T U A L E
Non permettere a nessuno
di rovinare la tua pace
soltanto perché
non trova la sua.
Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
P A C E S P I R I T U A L E
Non permettere a nessuno
di rovinare la tua pace
soltanto perché
non trova la sua.
SALUTE MENTALE
di Francesca Gianfrancesco
La sindrome di Stoccolma è una dimostrazione palese di un legame traumatico. L’espressione “sindrome di Stoccolma”, infatti, è utilizzata per indicare una situazione paradossale in cui la vittima – di un sequestro, di un atteggiamento aggressivo o di altri tipi di violenza – avverte un sentimento di simpatia, empatia, fiducia, attaccamento e persino amore nei confronti dell’aggressore o sequestratore che detiene una posizione di potere nei confronti della vittima stessa.
Gli esperti definiscono la sindrome di Stoccolma come un particolare stato di dipendenza psicologica/affettiva in cui la vittima, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del suo aggressore, arrivando ad instaurare un legame forte e di totale sottomissione volontaria e addirittura una sorta di rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice.
Molto spesso la sindrome di Stoccolma può essere ritrovata nelle situazioni di violenza sulle donne e negli abusi sui minori. È infatti statisticamente più frequente nelle donne, nei bambini, nelle persone particolarmente devote ad un certo culto, nei prigionieri di guerra e nei prigionieri dei campi di concentramento. Circa l’8% dei casi di sequestro di persona è caratterizzato dal fenomeno della sindrome di Stoccolma.
Nonostante sia definita come una sindrome, in realtà non è considerata una patologia clinica e non rientra nelle malattie psichiatriche, poiché secondo gli specialisti del settore non presenta i requisiti necessari per essere inserita nei manuali di psichiatria. Durante la stesura della V^ edizione del DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) gli esperti hanno preso in considerazione l’idea di inserire la sindrome di Stoccolma in una sezione specifica dell’opera.
Si è optato poi per l’esclusione per mancanza di studi scientifici validi e perché si è considerato che, di fatto, sentimenti positivi come empatia, affetto, amore, ecc. non possono essere classificati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico, nonostante essi siano rivolti ad un aggressore/sequestratore. Non rientrando dunque tra le condizioni psichiatriche non ci sono criteri validati per poter formulare una diagnosi vera e propria e non richiede una terapia specifica.
23 agosto 1973, due detenuti evasi dal carcere di Stoccolma (Jan-Erik Olsson di 32 anni e Clark Olofsson, 26 anni) tentarono di rapinare la “Sveriges Kredit Bank” prendendo in ostaggio quattro impiegati (tre donne e un uomo). Ma qualcosa non andò come dovuto e il fatto di cronaca conquistò le prime pagine di tutti i giornali.
Furono 5 giorni molto intensi durante i quali, mentre la polizia cercava di trattare il rilascio degli ostaggi, all’interno della banca nasceva un rapporto di affetto reciproco tra sequestratori e vittime, uniti dalla volontà di proteggersi a vicenda. Questa sorta di convivenza forzata terminò poco prima di sei giorni, dopo i quali i malviventi si consegnarono alla polizia senza nessuna risposta di forza e le vittime furono rilasciate senza alcun atto di violenza da parte dei sequestratori.
Fu il primo caso in cui le vittime vennero supportate anche a livello psicologico dopo il sequestro e dai colloqui emerse proprio questo enorme paradosso: le vittime temevano di più l’azione della polizia che non i loro sequestratori, nei confronti dei quali invece provavano un sentimento positivo, tanto grande da essersi recati successivamente nel carcere a fargli visita e addirittura una delle impiegate divorziò per potersi poi sposare con uno di loro. Durante i colloqui psicologici le vittime riferirono di essere in debito con i loro sequestratori poiché non avevano fatto loro del male, più di quanto avessero potuto e avevano “restituito loro la vita”.
Il fatto di cronaca sviluppò un grande interesse da parte del criminologo e psicologo Nils Bejerot, che coniò il termine “sindrome di Stoccolma” per definire quella reazione paradossale emotiva al trauma sviluppata automaticamente a livello inconscio legata all’essere “vittima”.
I comportamenti che manifesta chi sviluppa la sindrome di Stoccolma sono del tutto singolari.
La vittima di sequestro o di un atteggiamento aggressivo o di altri tipi di violenza:
La comparsa di tale sindrome è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato: essa, infatti, insorge in personalità fragili, non ben strutturate, poco solide, mentre chi ha un carattere forte e dominante sarà meno predisposto a manifestarla.
Durante i rapimenti di soggetti delicati in genere il sequestratore effettua una sorta di lavaggio del cervello volta a depersonalizzare la vittima spingendola a credere che nessuno arriverà a salvarla.
Dunque una prima fase comune a tutti coloro che rientrano nella sindrome di Stoccolma è un contatto “positivo” (che si innesca inconsciamente) con coloro che sì, li privano della libertà, ma che potrebbero abusare o maltrattare ancora di più le loro vittime ma non lo fanno.
Tutto questo non deriva dall’idea di esercitare un comportamento favorevole e vantaggioso nel “farsi amico” il sequestratore, ma è assolutamente una scelta non razionale che si innesca come meccanismo automatico legato all’istinto di sopravvivenza.
Insomma, per garantirsi la grazia del suo aguzzino la vittima elimina inconsapevolmente ma in modo conveniente dalla sua mente il rancore nei suoi confronti.
In questa condizione il rapitore avrebbe meno motivi per scatenare la sua violenza contro la vittima. In effetti, è stato riscontrato che la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza dei soggetti rapiti.
Dopo un primo stato di confusione e di terrore, la vittima reagisce allo stress “negando”. La negazione, infatti, è un rifugio psicologico primitivo che la mente utilizza per poter sopravvivere: non sta succedendo.
Un’altra possibile risposta è la perdita dei sensi o il sonno immediato, indipendente dalla volontà del soggetto. Quando la vittima inizia ad accettare e a temere realmente per la situazione che sta vivendo, la sua psiche trova un altro appiglio: verrà qualcuno a salvarmi.
Questo è un passaggio molto importante, poiché crea nella vittima la certezza che siano le autorità ad intervenire e a portarla in salvo. Il tempo spesso viene percepito in modo errato e dunque più il tempo passa più nella vittima si innesca un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare e resta latente.
Dunque quella idea di partenza che nessuno verrà a cercarmi è vera?
La vittima inizia a sentire che la sua vita dipende direttamente dal rapitore sviluppando un attaccamento psicologico verso di lui. Inizia ad immedesimarsi, a giustificare a comprendere le motivazioni che lo spingono alla violenza.
A liberazione avvenuta, molte delle vittime che hanno sviluppato la sindrome di Stoccolma hanno continuato ad avere sentimenti positivi nei confronti dei loro sequestratori nonostante l’episodio abbia provocato uno shock tale da avere delle conseguenze psicologiche onerose.
I disturbi più comuni riscontrati sono disturbi del sonno, incubi ricorrenti, fobie, depressione, flashback in cui rivivono i fatti accaduti.
Anche la consapevolezza di questi disturbi psicologici non sempre corrisponde ad una diminuzione dell’attaccamento positivo provato nei confronti del carnefice (ricordiamo che una delle impiegate della Kredit Bank ha addirittura sposato il suo rapitore).
Alcune vittime, anche a distanza di tempo, hanno mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti della polizia o delle autorità in generale. Altre hanno iniziato a raccogliere fondi per aiutare i loro ex carcerieri e la maggior parte delle vittime si è rifiutata di testimoniare in tribunale contro di loro. Durante le interviste psicologiche è stato rilevato nelle vittime il bisogno di far visita ai loro ex carcerieri per accertarsi del loro benessere mentre provavano sensi di colpa per la loro carcerazione.
Le cause precise che determinano la sindrome di Stoccolma non sono ancora chiare, tuttavia molti studi sull’argomento hanno dimostrato come ci siano delle condizioni di base/situazioni specifiche comuni, che sono determinanti allo sviluppo della sindrome.
Queste situazioni sono 4:
Avrebbe potuto riservarmi un trattamento ancora più violento, ma non lo ha fatto…
Non esiste alcun piano terapeutico specifico per chi soffre di sindrome di Stoccolma; è, infatti, il tempo a ristabilire la normalità nella psiche della vittima del sequestro.
Per il superamento delle conseguenze correlate alla sindrome di Stoccolma, gli esperti del comportamento umano ritengono fondamentale il supporto e l’affetto della rete familiare e sociale.
LA SINDROME DI STOCCOLMA
INNAMORARSI DEL PROPRIO PERSECUTORE
E’ difficile non vedere le forti analogie fra la sindrome di Stoccolma e la sindrome da dipendenza affettiva.
Il trait d’union fra le due sindromi consiste, da parte del dipendente, nel sentimento di ineluttabile prigionia e di terrore, quindi nella conversione di questi sentimenti in ammirazione, devozione, amore; e, nel dominante, di ambivalenza emotiva ed euforico sentimento di potere.
La persona maltrattata ridotta in una condizione di impotenza può “salvare” l’equilibrio mentale raffigurandosi la propria soggezione come amore fra lei e il persecutore. Il terrore di essere violati fisicamente e moralmente potrebbe promuovere una reazione di rabbia; ma poiché la rabbia viene avvertita come minacciosa per la propria sopravvivenza, viene rimossa. Al suo posto si riattivano allora le emozioni di dipendenza tipiche dell’età infantile: idealizzazione, ammirazione, devozione, amore per il potente (il genitore); a questi sentimenti arcaici, in età adulta si aggiunge sovente un intenso investimento erotico. Il persecutore appare allora non solo “giusto”, ma anche “attraente” ed “eccitante”.
La sindrome di Stoccolma è, dunque, una sorta di alleanza tra vittima e carnefice. Una ostentazione di sentimenti positivi verso l’aggressore che può portare coinvolgimenti affettivi, valoriali e sessuali. La vittima, per sfuggire al pericolo e sopravvivere, fa sue le ragioni del carnefice. Pertanto, interiorizza le ragioni dell’altro e lo giustifica, fino a innamorarsene e a rendersi deliberatamente suo schiavo.
In sintesi, la Sindrome di Stoccolma inverte il processo emotivo che ci consente di distinguere il nemico dall’amico, l’aggressore dalla vittima, colui che ci odia da colui che ci ama. E’ una situazione di grande interesse per capire e gestire nella pratica clinica i casi di angoscia infantile e, negli adulti, di dipendenza affettiva, masochismo morale, collusione sadomasochista.
Mandata da Rita.
L A M E M O R I A
L’affidarsi alla memoria
è la volontà dell’uomo
di non scomparire.
E quando la conoscenza
si arresta, subentrano i sensi,
che alimentano la fantasia.
Andrea Camilleri
da QUORA
Scrive Joel, uno psicologo corrispondente di QUORA
IL VALORE DELLA SINCRONICITÀ.
La sincronicità tra due persone si può verificare quando tra di loro è presente un’armonia di fondo, che nella maggior parte dei casi è diretta conseguenza di una relazione basata su: empatia, fiducia, comunicazione e ascolto reciproco.
In realtà per Jung (Carl Gustav Jung 1875 – 1961, psichiatra, psicoanalista, antropologo) le sincronicità sono delle coincidenze significative, che descrivono la sorpresa che si verifica quando un pensiero nella mente si riflette in un evento esterno, senza che vi sia alcuna connessione causale apparente.
L’Universo comunica costantemente con noi, in modo misterioso, spesso attraverso sensazioni, segnali del corpo, simboli, o coincidenze, tuttavia, non sempre è facile riconoscerli poiché la nostra mente, spesso troppo razionale, ragiona attraverso i preconcetti dettati dalla società odierna in cui viviamo, dove tutto viene attribuito alla fortuna o alla sfortuna, dove tutto ciò che non è visibile agli occhi “non esiste”.
Sviluppare una mentalità aperta vuol dire lasciar lavorare la curiosità, non dare mai nulla per scontato, porsi dubbi, imparare a cambiare prospettiva, ascoltare e cercare di comprendere anche quello che sembra lontano anni luce dal nostro modo di fare e pensare in totale contrapposizione con i nostri principi.
Purtroppo oggi i social, le TV, non ci aiutano in questo, anzi rafforzano sempre più i muri tra persona e persona.
Auguro a tutti di avere una mente aperta.
da QUORA
Scrive Heisenberg, corrispondente di QUORA
In che modo gli atei dimostrano che non esiste Dio?
L’onere della prova spetta a chi afferma che esiste e, come insegna il buon Russell, non è tecnicamente possibile dimostrare l’inesistenza di un umanoide con poteri divini che gioca a nascondino nei dintorni della nostra stella madre.
Ma poi quale Dio? Ne “esistono” letteralmente a migliaia.
Se intendi il Dio delle religioni abramitiche, cioè il tizio onnipotente, quello che ti posso obiettare è al massimo l’illogicità della cosa, ma puntualmente verrei smentito dai fedeli con il solito bla, bla, bla della mente che non può capire Dio. Big Bang, evoluzione, relatività e meccanica quantistica, ma capire una superstizione no; vabbè annuiamo e sorridiamo.
Rivolgendomi però a chi volesse eventualmente utilizzare gli oltre dieci miliardi di neuroni del lobo frontale per qualcosa di più consono alla sua funzione specifica, propongo invece la seguente riflessione.
Onnipotente al mio paese vuol dire ” di potere illimitato”. E potere illimitato, significa energia infinita.
Per cui, se esiste un Dio onnipotente, dev’esserci di conseguenza una quantità infinita di energia; il tutto però non si osserva allo stato attuale delle cose, anche perché una condizione del genere farebbe collassare con ogni probabilità l’intero Universo.
Ergo, in questo contesto, un Dio onnipotente non può esistere.
E se anche esistesse al di fuori non potrebbe comunque interagire, poiché in qualsiasi modo lo faccia trasferirebbe energia infinita e l’Universo, come lo conosciamo, smetterebbe di esistere.
Tra l’altro, pur ammesso che esista al di fuori, il fatto stesso di non poter interagire con la nostra realtà, lo renderebbe irrilevante e pertanto praticamente inesistente anche in questo caso.
Questo è solo uno dei tanti paradossi che vengono a generarsi quando la mente associa proprietà impossibili a determinati personaggi letterari. Io ne ho pensato uno un attimo più interessante, ma basterebbe una riflessione da prima media del tipo:
Dio può creare un muro indistruttibile che neanche lui può distruggere?
No → non è onnipotente. Si → non è onnipotente.
Cioè boh. Sarò strano io, ma non ho mai capito come fa la gente a credere in certe cose.
D E F I N I T I O N O F H E A L T H
Definizione di Salute
A state of complete physical, mental and social well-being and not only the absence of disease and infermity.
Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non puramente l’assenza di malattia ed infermità.
BENESSERE FISICO
Sensi acuti, buona performance cardiovascolare, sistema immunitario efficace, condizioni di vita salutari.
SI : stile di vita attivo, dieta equilibrata, sonno ristoratore, esposizione al sole, igiene personale.
NO : abuso di alcol, fumo e droghe, esposizione ad inquinanti e tossine ambientali.
BENESSERE MENTALE
Personalità emotivamente equilibrata, capacità di pensare lucidamente, buona autostima, approccio positivo agli eventi.
SI : allenamento mentale, adeguato sfogo di sentimenti ed emozioni.
NO : preoccupazioni costanti, stress cronico, incapacità di gestire lo stress.
BENESSERE SOCIALE
Qualità delle relazioni con gli altri, partecipazione ad una vita sociale soddisfacente, buone capacità di relazioni interpersonali, rete di supporto per i momenti di crisi.
SI : relazioni sociali gratificanti, contatto fisico e sessuale, condivisione delle esperienze.
NO : livello di educazione o status socioeconomico inadeguati a svolgimento di vita sociale appagante.
A N C O R A S U L L E P E R S O N E I N T E L L I G E N T I (Identikit spicciolo)
di Anna Gallo
In un mondo in cui l’intelligenza è spesso legata al successo professionale e personale, è naturale chiedersi se noi stessi possediamo facoltà intellettive straordinarie. Una persona dotata si distingue generalmente per diverse caratteristiche.
Ecco 7 segni di straordinaria intelligenza.
Le persone dotate di un’intelligenza eccezionale mostrano grande curiosità. La loro sete di conoscenza li spinge a mettersi costantemente in discussione ed esplorare nuovi ambiti di pensiero. Questa incessante ricerca di apprendimento li porta ad evolvere costantemente il loro modo di pensare.
Una persona molto intelligente è solitamente interessata a una vasta gamma di argomenti. Può trascorrere ore a leggere o studiare diverse discipline ed è sempre alla ricerca di approfondire la sua conoscenza.
Un altro segno rivelatore di straordinaria intelligenza è la capacità di implementare un pensiero critico altamente sviluppato. Le persone dotate tendono a mettere costantemente in discussione le proprie idee e quelle degli altri, il che consente loro di prendere decisioni informate e ponderate.
Una persona molto intelligente è in grado di elaborare rapidamente anche informazioni complesse e contraddittorie per trarre conclusioni rilevanti.
Uno dei tratti distintivi di un’intelligenza straordinaria è la capacità di trovare soluzioni efficaci e rapide a varie situazioni problematiche. Le persone dotate sono generalmente molto brave a individuare le cause di un problema e a proporre alternative adeguate.
Gli individui dotati di elevata intelligenza spesso dimostrano inventiva e hanno una grande flessibilità mentale che consente loro di adattare i loro approcci a diversi problemi.
La memoria è un altro indicatore di intelligenza eccezionale. Le persone estremamente intelligenti generalmente hanno la capacità di memoria ben al di sopra della media permettendo loro in particolare di ricordare dettagli precisi, anche a distanza di tempo.
Una persona dotata generalmente eccelle nell’uso della RAM (Random Access Memory = Memoria ad accesso casuale), che consente loro di archiviare e recuperare rapidamente le informazioni.
Un acuto senso di osservazione è spesso caratteristico di un’intelligenza straordinaria. Le persone che ne sono dotate hanno la caratteristica di prestare molta attenzione ai dettagli e di essere in grado di individuare cose che gli altri potrebbero trascurare.
A causa della loro acuta sensibilità ai dettagli, gli individui altamente intelligenti spesso percepiscono sottigliezze che sfuggono alla maggior parte delle persone.
Le persone dotate di un’intelligenza eccezionale in genere hanno capacità comunicative altamente sviluppate. Possono esprimere le proprie idee in modo chiaro e conciso, però sempre ascoltando gli altri.
Oltre ad essere buoni comunicatori, le persone dotate sono anche capaci di difendere le proprie opinioni con argomentazioni solide e ben strutturate.
Infine, le persone estremamente intelligenti sono spesso dotate di grande adattabilità e resilienza di fronte agli imprevisti della vita. Si riprendono rapidamente dopo un fallimento o una situazione difficile e imparano lezioni costruttive da queste esperienze.
Gli individui dotati di un’intelligenza eccezionale tendono anche a gestire efficacemente lo stress e le emozioni, il che contribuisce notevolmente al loro successo in vari ambiti della loro vita.
L’intelligenza straordinaria si manifesta in diversi modi e può essere vista attraverso questi 7 segni rivelatori. Se osservi molte di queste caratteristiche in te stesso o in qualcuno che conosci, è molto probabile che si tratti di un’intelligenza eccezionale.
da FOCUS Junior
Se pensiamo all’intelligenza umana, ci vengono in mente alcuni personaggi storici famosi proprio per la grande intelligenza di cui erano dotati. Li conoscerete di certo anche voi. Si tratta di Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Isaac Newton o Nikola Tesla. Insomma, quelle persone che noi denominiamo “geni”.
Il livello di intelligenza di un uomo è calcolabile. Ci sono dei test appositi per misurare il QI (Quoziente intellettivo) di una persona. Quello di Einstein era di 160, così come quello del fisico Stephen Hawking, morto non molti anni fa. QI più alti li avevano solo Tesla e Leonardo da Vinci, all’incirca di 180. Ma pochissimi sanno che è esistito nel secolo scorso un uomo che aveva un QI incredibilmente più alto anche di Leonardo, Tesla e Einstein. E non è una bufala, ragazzi, ma una storia vera.
Si chiamava William James Sidis e nacque il 1° aprile (non è neanche uno scherzo, ve lo assicuriamo) del 1898 a New York. Era figlio di un noto psichiatra e pioniere della psicopatologia, l’ebreo ucraino Boris Sidis, che era collega del famoso psicologo William James, padrino del piccolo che ereditò i suoi due nomi di battesimo dal nome e dal cognome di questi.
Sua madre, Sarah Mendelbaum Sidis, anch’ella ebrea, si laureò in medicina all’Università di Boston. Il QI del piccolo William era addirittura di 254! A un anno di età parlava correttamente la lingua inglese, a un anno e mezzo leggeva i giornali e a tre anni scriveva cose di vario genere e argomento con la sua macchina da scrivere appoggiata al seggiolone.
A 4 anni aveva imparato perfettamente il latino, e poco dopo il greco. A 5 anni elaborò una formula matematica che gli permetteva di stabilire in che giorno esatto era accaduto un determinato evento storico. A 6 anni sapeva perfettamente anche il francese, il tedesco, il russo, l’ebraico, il turco e l’armeno. A 8 anni inventò una lingua che chiamò “vendergood”, che è l’argomento del suo secondo libro scritto a quell’età.
A 10 anni era un mostro nella logica e nella matematica, e aveva dimostrato di elaborare una tavola logaritmica in base 12. Negli anni seguenti scrisse libri di astronomia e anatomia, e a 11 anni entrò all’Università di Harvard, tuttora una delle migliori del mondo, di cui continua ad essere lo studente più giovane della storia.
A 13 anni tenne addirittura un ciclo di lezioni al club matematico di Harvard. Si laureò con lode a 16 anni. A 17 anni insegnò all’Università di Harvard le materie di geometria euclidea, geometria non euclidea e trigonometria, e scrisse in greco le dispense per quest’ultimo corso. Ma gli altri studenti lo prendevano in giro e lo picchiavano.
Si ritirò dall’insegnamento. La sua condizione di genio precocissimo, con le attenzioni addosso di tutti i giornali, l’essere oggetto di burle e violenze dai suoi coetanei, oltre al fatto di non essere mai trattato come un comune adolescente ma come un “fenomeno da baraccone”, portò il povero William ad avere frequenti crisi nervose e a voler distaccarsi completamente dalle persone e da ogni tipo di vita sociale.
I genitori, dopo che fu arrestato per aver partecipato a una sommossa, lo sequestrarono letteralmente per un anno in un sanatorio che entrambi dirigevano nel New Hampshire. In seguito lo fecero ricoverare in una clinica per malati mentali in California per un anno. Aveva 20 anni e conosceva alla perfezione, ormai, oltre 40 lingue. Quando uscì dalla clinica, non volle più vedere i suoi genitori e si stabilì a New York, dove svolse lavori umili.
Scrisse libri perlopiù inediti su vari argomenti. Si definiva un “peridromofilo”, un termine che lui stesso coniò per descrivere le persone affascinate dai trasporti (collezionava ossessivamente biglietti del tram e scrisse un libro di 300 pagine sulla loro classificazione. Nel 1930 brevettò un calendario “perpetuo”, che teneva conto degli anni bisestili. Morì a soli 46 anni, in totale solitudine, il 17 luglio 1944, a causa di un’emorragia cerebrale, stessa patologia di cui era morto pochi anni prima anche suo padre.
FONTI: La vita perfetta di William Sidis, di Morten Brask (Iperborea); Treccani.
A parziale integrazione del Numero 2886.
Le persone con un’intelligenza superiore alla media spesso mostrano comportamenti e caratteristiche specifici che li distinguono dagli individui con un’intelligenza nella norma. La loro capacità di osservare, comprendere e gestire situazioni diverse e complesse è solo una delle peculiarità a cui fare riferimento quando si parla dei loro tratti distintivi.
Il significato del superamento della media
Prima di tutto, va sottolineato che le persone con un’intelligenza superiore (al di sopra della media) sono diverse da quelle con un’intelligenza inferiore (al di sotto della media). Esistono vari studi scientifici in tema di psicologia e psicometria che hanno contribuito alla nascita del concetto di Quoziente Intellettivo (QI), permettendo così di classificare gli individui in base alle loro abilità cognitive.
Tra le più rilevanti caratteristiche psicologiche delle persone dotate di un’intelligenza superiore alla media, vi è senz’altro la loro elevata capacità di osservazione e di scorgere dettagli che sfuggono ai più. Essi tendono a mostrare una notevole profondità di pensiero, frutto della loro curiosità e del desiderio costante di apprendere.
Un’altra peculiarità tipica è l’eccezionale intelligenza emotiva (IE), ovvero la capacità di percepire, comprendere, gestire ed esprimere le proprie emozioni e quelle degli altri. Con ciò si intendono sia rilevare la presenza di sentimenti negativi altrui che sintonizzarsi con gli stati d’animo positivi per condividerli e trarne beneficio.
Le persone dotate di un’intelligenza superiore alla media dimostrano inoltre una straordinaria capacità di adattabilità del comportamento, anche in situazioni nuove o complesse. Essi sono in grado di modificare le loro abitudini secondo le circostanze, privilegiando quelle più funzionali nelle diverse situazioni. Questo aspetto conferisce loro un vantaggio competitivo nei confronti dei soggetti con intelligenza nella norma.
Nel corso delle numerose ricerche sul tema, alcune tendenze comportamentali tipiche delle persone con intelligenza superiore sono state individuate e classificate. Tra queste vi sono:
Uno dei segni più evidenti di un’intelligenza superiore alla media è il bisogno di solitudine e indipendenza. Le persone in questione spesso cercano il contatto con se stesse, rifuggendo dalle situazioni di gruppo e preferendo uno spazio privato in cui ascoltare i propri pensieri ed elaborarli. Questo consente loro di sviluppare idee, riflessioni e strategie complesse che possono poi essere applicate nella vita di tutti i giorni.
Le persone con un’intelligenza superiore alla media sono spesso caratterizzate da una forte tendenza all’autocritica e al perfezionismo. Essi tendono a esaminarsi costantemente per migliorare se stessi, non accontentandosi mai dei risultati ottenuti e cercando sempre nuove sfide. Questa disposizione all’autoanalisi e alla ricerca del miglioramento permette loro di raggiungere obiettivi impensabili per individui di intelligenza media.
Uno dei tratti distintivi delle persone più intelligenti è la loro insaziabile curiosità e il desiderio di sperimentare. Non si limitano a osservare passivamente il mondo circostante, ma vogliono capire, mettere gli ingranaggi in movimento e scoprire nuovi orizzonti. Questo li porta ad accogliere ogni occasione come un’opportunità di crescita personale e intellettuale.
Pur essendo sul piano generale portatori di vantaggi competitivi e di successo, le persone con un’intelligenza superiore alla media possono anche riscontrare alcune difficoltà in termini di salute e benessere. Ad esempio, la loro propensione al perfezionismo può trasformarsi in elevati livelli di stress, poiché essi pongono aspettative elevate su se stessi e si confrontano spesso con gli insuccessi.
P E R S O N E I N S T A B I L I
Autore: Ana De Simone, psicologo esperto in psicobiologia.
L’equilibrio emotivo è un elemento fondamentale per il benessere individuale e la qualità della vita. Eppure, nessuno di noi ha un umore costantemente stabile: è del tutto normale e naturale che vi siano delle oscillazioni capaci di fare emergere tonalità diverse del nostro stato d’animo e che possono essere causate da eventi specifici, fattori biologici ed anche ormonali. La cosa importante è che tali oscillazioni non abbiano una durata, una intensità e una frequenza tali da compromettere il nostro funzionamento e la nostra quotidianità.
Puoi entrare in punta di piedi, usare tutta la tua empatia ma nella relazione con una persona instabile, finirai per sentirti come quel famoso elefante nella stanza dei cristalli: decisamente poco delicato! Per le persone instabili, la delicatezza è tutto e non è mai abbastanza, ecco perché nella loro vita è meglio muoversi in punta di piedi. Fare poco rumore, esprimersi con chiarezza e usare un linguaggio tenue, senza termini ridondanti. Vediamo insieme quali sono gli atteggiamenti tipici delle persone emotivamente instabili e come relazionarsi con tutto quel subbuglio psicoaffettivo.
Ciò che cerco spesso di spiegare a tutti quelli che mi conoscono (compresi i miei lettori) è che se oggi siamo come siano, se facciamo determinate scelte e abbiamo tratti di personalità caratteristici, un motivo c’è. Il nostro carattere non viene fuori dal nulla ma è la sintesi di tutti i nostri vissuti e, in quanto tale, racconta la nostra storia personale. Ciò che significa? Che se ti senti sbagliato, è solo perché hai vissuto esperienze sbagliate, che ti hanno indotto a sentirti così. Quella sensazione non parla di te ma di qualcosa che hai vissuto nel tuo passato. Analogamente, gli atteggiamenti che vedremo tra poco sono il riflesso di determinati vissuti. Ci raccontano la storia di persone che non hanno mai avuto modo di apprendere stabilità, sicurezza, calma, un senso del sé integro e coeso. Non posso chiederti di comprendere queste persone, ne’ di farti carico di loro. Non è tuo dovere salvarle. Se ne incroci una sulla tua strada, semplicemente, non giudicarla. Non tenerla nella tua vita per biasimarla e amplificare le sue sofferenze… Se non sai come rapportarti, semplicemente, lasciala andare. Vediamo insieme quali sono i comportamenti tipici delle persone instabili.
N.d.R. :
L’instabilità emotiva fa anche questo: induce a vivere le cose in modo assolutistico. Però, nel vivere tutto intensamente, si perdono le sfumature che si trovano nel mezzo perdendosi tutta la bellezza e le opportunità della vita.
Questo atteggiamento tutto nulla si manifesta molto anche nella coppia. Se l’altro dice un «no» e fissa un confine, chi è instabile lo vive come una prova della mancanza di amore! Invece di integrare quel piccolo “no” in un panorama molto più ampio, lo generalizza pensando che si tratta della prova schiacciante del disinteresse altrui. Per questo motivo, chi è instabile, finisce per fraintendere intenzioni, azioni e parole! Diventa davvero difficile comunicare con loro anche quando si hanno le miglior intenzioni.
Qualsiasi cosa parla di loro! Così, una leggera conversazione può trasformarsi in un campo minato. L’interlocutore è messo in difficoltà tanto che inizia a dover pensare molto alle parole da scegliere. Vedono doppi significati anche quando non ce ne sono e tendono a interpretare tutto in senso negativo. Ritengono che nessuno sia capace di capirle e additano gli altri di essere insensibili quando, in realtà, hanno solo una sensibilità differente dalla loro. Per legittimare se stesse, sentono il bisogno di delegittimare l’altro.
Proprio non sanno essere inattive. Se sono ferme con il corpo, la loro mente non lo è affatto! Vaga, rimugina, fa giri enormi, voli pindarici, macina e rimacina lo stesso argomento. Vivono con una tensione di sottofondo associata al bisogno di attivarsi, muoversi o di fare qualcosa. Queste persone hanno bisogno di imparare a praticare la calma, attività come lo yoga o sport come il bowling e il golf (che richiedono un’ottima dose di pazienza) possono essere molto utili. La calma, infatti, è qualcosa che va praticato e alimentato, è un po’ come un muscolo da esercitare.
Nelle relazioni, questo stato di irrequietezza si trasforma in estenuanti richieste e nella volontà di sperimentare con il partner nuovi orizzonti. Quando l’irrequietezza è associata a paura dell’abbandono, paura del rifiuto e altre insicurezze affettive, allora nella relazione insorgono veri e propri momenti drammatici. Queste persone, infatti, tendono a fare dei costanti tira e molla. Mettono alla prova l’altro, la sua pazienza e purtroppo anche la sua fiducia.
Nel percorso individuale, l’irrequietezza si trasforma spesso in noia. Le persone instabili, infatti, hanno bisogno sempre di nuovi stimoli. La facilità alla noia le porta a sperimentare sempre nuove attività, in casi estremi, anche rischiose.
Qualsiasi stimolo può diventare distraente. Queste persone, spesso, manifestano un problema legato al mantenimento dell’attenzione, della concentrazione e della costanza nel portare a termine dei compiti. La distraibilità si riflette in molti aspetti: perde oggetti, dimentica le chiavi di casa, di pagare le bollette, mentre le si parla, sembra assente e… ha imparato ad agire con il pilota automatico. Per ovviare alla distraibilità, queste persone hanno imparato a portare a termine anche lavori complessi “in assenza mentale”, cioè usando una sorta di pilota automatico.
Esercizi di attenzione focalizzata potrebbero essere molto utili per recuperare questo aspetto carente. È sempre opportuno rivolgersi a un professionista della salute mentale, intanto, per iniziare in autonomia, potrebbe essere utile impegnarsi in esercizi di ascolto attivo, può essere utile iniziare con le persone affettivamente più vicine.
Sentono di voler chiudere il cerchio, di voler portare a termine o trovare una fonte stabile di appagamento… tuttavia non sanno come fare perché i loro schemi disfunzionali li inducono ad autosabotarsi. Questo succede nella vita professionale così come in quella affettiva.
Quando hanno un’idea sulla realtà o su come dovrebbero andare le cose, quest’idea è rigida e vivono con ostilità tutto ciò che può deviare da quell’idea! Questo è un bel problema perché gli imprevisti della vita possono trasformarsi in splendide opportunità e non tutti gli imprevisti sono dannosi. Le persone instabili per rassicurarsi, hanno bisogno di controllare la realtà, aspettativa del tutto irrealistica. In questa aspettativa, costruiscono idee su come dovrebbero essere i rapporti, su come dovrebbe andare una giornata… e così, le giornate finiscono per “andare storte” molto facilmente.
La rigidità si ripercuote fortemente sulle relazioni interpersonali. Queste persone, infatti, vogliono decidere loro e, al fine di portare avanti la loro idea, finiscono per prevaricare sull’altro. Non riescono ad accettare compromessi (anche se morbidi), ne’ cambiano idea ne’ tollerano chi ha un’idea diversa dalla propria. La loro rigidità è tale da rendere qualsiasi relazione difficile e spinosa. Costringono l’altro a fare mille passi indietro quando in realtà dovrebbero imparare a mettersi in discussione e accettare le variazioni sul tema. È in quelle variazioni che risiede la loro possibilità di crescita!
Moltissimi dei nostri comportamenti quotidiani sono frutto di automatismi rinforzati da stimoli positivi o negativi, sono il frutto di apprendimenti inconsapevoli. Nella nostra vita, impariamo continuamente cose nuove o andiamo a confermare nozioni che rinforzano vecchi schemi di comportamento, se non diamo spazio alle diversità, se rigidamente pretendiamo che la realtà rispetti le nostre idee, non ci diamo la possibilità di imparare ciò che per noi è ancora inedito.
Le persone instabili non hanno un chiaro senso di chi sono e dove sono dirette. Si limitano a reagire agli stimoli esterni senza però avere la minima idea di quali stimoli interni la muovono! Presumono di conoscersi ma in realtà non hanno mai esplorato la moltitudine di complessità che si portano dentro. Non conoscono l’origine dei loro comportamenti e sono del tutto inconsapevoli circa i loro vissuti interiori. Questa inconsapevolezza fa emergere un mucchio di meccanismi di difesa.
E’ chiaro, chi è emotivamente instabile conosce poco se stesso e, seppur è dura da ammettere, nonostante la sua apparente attitudine al controllo, non ha la minima padronanza della sua vita perché è in balia degli eventi e delle emozioni. Dover lavorare sulla propria emotività potrebbe sembrare un lavoro estenuante: districare una matassa di vissuti, significati nascosti, emotività e ferite, non è affatto semplice… ma non deve spaventare. Tutti dovrebbero avere la volontà di conoscersi davvero e di aprire gli occhi su quella che è la propria vita!
Chi rinuncia all’idea di essere responsabile di se stesso, rinuncia anche alla possibilità di una vita appagante. Ecco, allora ognuno di noi dovrebbe prendere in carico se stesso, prendersi in carico la responsabilità del proprio benessere! Questa assunzione di responsabilità finirà per fare una cernita nella propria vita, una selezione naturale dei legami, trattenendo solo persone genuine.
da QUORA
Esiste una persona con un Q.I. basso che è più intelligente di una con un Q.I. alto? (Q.I. = Quoziente d’Intelligenza)
Risponde Luca Tartaro, corrispondente di QUORA:
Brevemente, la risposta è NO. Il QI misura l’intelligenza ed un valore più alto banalmente indica una intelligenza più alta. Come, per fare un esempio, parlassimo di statura.
Sembra un discorso liscio ma c’è un inghippo: cosa si intende per intelligenza? I normali test possono valutare tutte le capacità logico matematiche letterali mnemoniche formali etc. ma questo può non significare niente. NIENTE.
Conosciamo tutti persone molto intelligenti che fanno vite mediocri, impegolati in relazioni sentimentali disastrose o lavori sottopagati. Ne hanno tratto anche una famosa sit-com, Big Bang Theory, con 4 intelligentoni che fanno vite da sfigati. E giù risate a vederli così impacciati.
Viene un sospetto: l’intelligenza oggi è sopravvalutata. Da sola non basta. E’ come dire che basta l’altezza per fare un buon giocatore di pallacanestro. Ci vuole ben altro.
Può certo essere d’aiuto all’inizio come dote ma spesso conta ben poco. Altre doti emergono: l’intraprendenza, il coraggio, la fantasia, l’ambizione, l’equilibrio, l’empatia, la simpatia etc. Tutte doti che con la pura intelligenza non c’entrano (e che non vengono mai valutate nei test) ma che risultano spesso per non dire sempre vincenti. Vincenti.
Gli antichi romani non consideravano l’intelligenza se non come una delle tante doti di un individuo. Piuttosto stavano attenti al CARATTERE di una persona, molto più difficile da definire, e che è un poco l’unione di tutte le doti dette prima.
Se vuoi valutare bene una persona devi stare insomma attento al suo carattere generale, non alla sua intelligenza particolare. “Formare un buon carattere” ritengo che sia l’obiettivo finale di ogni educazione.
Quali sono le caratteristiche di chi ha un Q.I. basso?
Scrive Jeia Plissken, corrispondente di QUORA:
A mio modesto parere chi accetta qualunque cosa gli venga detta senza alcuno spirito critico.
Ovviamente una cultura più approfondita fa sembrare chiunque più intelligente ma a volte senti ragionamenti molto interessanti da persone di scarsa cultura solo perché si fanno domande su qualunque cosa.
Viceversa “chi ha studiato” a volte (ho detto “a volte”) tende ad adagiarsi sulle nozioni frutto di ragionamenti altrui usandole come dogmi.
Ci siamo evoluti grazie a chi si è costantemente posto delle domande.
N.d.R. : Impariamo a considerare le persone in base alle loro domande e non alle loro risposte.
da QUORA
A D A T T A R S I A L L E A S P E T T A T I V E : L A S P E R A N Z A.
Durante uno studio ad Harvard negli anni ’50, il dottor Curt Richter ha messo alcuni topi in una pozza d’acqua per testare per quanto tempo potevano resistere in acqua.
In media si arrendevano e affogavano dopo 15 minuti.
Ma nella seconda parte dell’esperimento proprio prima che si arrendessero a causa dell’esaurimento, i ricercatori li raccoglievano, li asciugavano, li lasciavano riposare per qualche minuto e li rimettevano dentro per un secondo giro.
In questo secondo tentativo – quanto pensi che siano durati?
Ricorda: avevano nuotato fino al fallimento solo pochi minuti prima…
Quanto tempo pensi?
Altri 15 minuti?
10 minuti?
5 minuti?
No!
60 ore!
Non è un errore.
Giusto! 60 ore di nuoto.
La conclusione tratta è stata che, poiché i ratti CREDEVANO che alla fine sarebbero stati salvati, avrebbero potuto spingere i loro corpi oltre ciò che in precedenza ritenevano impossibile.
Vi lascio con questo pensiero:
Se la speranza può far nuotare i topi esausti per così tanto tempo, cosa potrebbe fare per te credere in te stesso e nelle tue capacità?
Ricorda di cosa sei capace. Ricorda perché sei qui. “
Continua a nuotare.
G I O R D A N O B R U N O
Non tormentatemi, stolti!
Un’impresa tanto ardua
non è per voi, ma per i colti.
Con queste parole si apre
il DE UMBRIS IDEARUM
(Le Ombre delle Idee),
uno dei trattati più complessi
e intriganti della storia
sull’arte della memoria.
Di Giordano Bruno,
(Nola, Gennaio 1548 – Roma, 17 Febbraio 1600)
filosofo e frate Domenicano
fatto bruciare sul rogo da Clemente VIII,
in Campo de’ Fiori a Roma. per essersi rifiutato
di abiurare le proprie idee davanti al
Sant’Uffizio (Tribunale dell’Inquisizione).
Chi riesce a farti
credere delle assurdità
può farti
commettere atrocità.
Voltaire (Francois-Marie Arouet)
da WIKIPEDIA
L’ ESPERIMENTO DI ASCH
Un esempio di scheda utilizzata nell’esperimento. La linea di sinistra è la linea di riferimento, le tre linee a destra sono le linee di confronto.
L’esperimento di Asch è stato un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1951 dallo psicologo polacco Solomon Asch.
L’assunto di base del suo esperimento consisteva nel fatto che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e, in una certa misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. L’esperimento si focalizzava sulla possibilità di influire sulle percezioni e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà o a distorsioni oggettive palesi. Il lavoro di Asch influenzò Stanley Milgram (che fu allievo di dottorato dello stesso Asch) e le sue successive ricerche.
Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 collaboratori/complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo (soggetto sperimentale), si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva. Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altra scheda vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda. Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata.
Il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. In sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicitata dalla maggioranza. Solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire.
Nell’esperimento originale di Asch, il 25% dei partecipanti non si conformò alla maggioranza, ma il 76% si conformò almeno una volta alla pressione del gruppo (ed il 5% dei soggetti si adeguò ad ogni singola ripetizione della prova).
CONFORMISMO
Con il termine conformismo si fa riferimento a un atteggiamento o tendenza ad adeguarsi o omologarsi a opinioni, usi e comportamenti pre-definiti e politicamente o socialmente prevalenti. Questo atteggiamento si può notare ad esempio nel modo di vestire o nel comportamento, o anche nelle idee e nei modi di pensare. Questo atteggiamento viene definito in psicologia con il termine conformità.
In ambito sociale si definisce conformista colui che, ignorando o sacrificando la propria libera espressione soggettiva in modo più o meno marcato, si adegua e si adatta nel comportamento complessivo, sia di idee e di aspetto esteriore che di regole, alla forma espressa dalla maggioranza o dal gruppo di cui è parte.
L’origine del conformismo risiede molto spesso nella radice animale dell’essere umano che attinge le sue paure dalla solitudine fuori dal branco. È una sorta di comportamento mimetico: l’individuo si nasconde nell’ambiente sociale nel quale vive, assumendone i tratti più comuni, in termini di modi di essere, di fare, di pensare. Il senso di protezione che ne deriva rafforza ulteriormente i comportamenti conformisti.
L’atteggiamento opposto al conformismo viene definito anticonformismo e consiste quindi in un rifiuto delle idee e dei comportamenti prevalenti.
Infatti, normalmente, le persone non conformiste hanno già sviluppato un livello di coscienza diverso che permette loro di poter sfidare i comportamenti comuni senza soffrirne.
Solitamente si hanno personalità non conformiste negli artisti, negli scienziati, nei filosofi, negli intellettuali, negli statisti e nei santi, quindi in tutti coloro che si danno la possibilità di libera espressione di sé stessi fuori dalla forma già predefinita dall’ambito sociale e storico in cui vivono.
L’antropologo francese René Girard ha svolto uno studio approfondito delle dinamiche di imitazione reciproca tra gli esseri umani, che a livello sociale conducono appunto al conformismo e ad altri automatismi di notevole importanza. Nel quadro teorico di Girard, l’imitazione è la caratteristica fondamentale dell’essere umano (teoria mimetica). Girard rivela quindi che dietro ogni pretesa di anticonformismo si nasconde un altro comportamento conformista: l’anticonformista, che non sopporta di ammettere la sua somiglianza con gli altri esseri umani, si appoggia alla massa per sollevarsi al di sopra di essa, ma in questo movimento si lascia ispirare (imita, si conforma a…) quegli “anticonformisti” che lo hanno preceduto, nel suo o in altri campi e inoltre dimostra la sua dipendenza da quella massa che disprezza tanto: senza massa da cui distinguersi, non si ha niente da cui distinguersi.
In psicologia sociale, accanto al concetto di conformismo, vi è quello di obbedienza, laddove l’obbedienza implica anche conformismo. È attraverso la socializzazione che le persone imparano a conformarsi a certe norme e a obbedire a certe figure di autorità. A tal proposito Stanley Milgram ha proposto quattro concetti chiave con i quali mettere in evidenza tali assunti. Questi concetti si ravvisano in: gerarchia (fra persone di status diseguale vige usualmente un rapporto di obbedienza, fra persone di pari status emerge il conformismo), imitazione (l’obbedienza non comporta imitazione, il conformismo sì), contenuto esplicito (comandi espliciti si associano all’obbedienza, richieste tacite ed implicite presuppongono conformismo) e volontarietà (chi obbedisce fa riferimento all’obbedienza nello spiegare il loro comportamento, chi si conforma fa riferimento alla volontarietà). Tali concettualizzazioni sono state criticate per la loro riduttività, ma al contempo danno una visione efficace del rapporto tra conformismo e obbedienza.
Sono oggetto di studio gli effetti della comunicazione di massa sul conformismo. Risale agli anni settanta del Novecento la teoria della spirale del silenzio sviluppata da Elisabeth Noelle-Neumann, fondatrice, nel 1947, dell’Istituto di Demoscopia di Allensbach (Institut für Demoskopie Allensbach) a Magonza. La tesi di fondo è che i mezzi di comunicazione di massa, ma soprattutto la televisione, grazie al notevole potere di persuasione sui riceventi e quindi, più in generale, sull’opinione pubblica, siano in grado di enfatizzare opinioni e sentimenti prevalenti, mediante la riduzione al silenzio delle opzioni minoritarie e dissenzienti.
Nello specifico, la teoria afferma che una persona singola è disincentivata dall’esprimere apertamente e riconoscere a sé stessa un’opinione che percepisce essere contraria alla opinione della maggioranza, per paura di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza. Questo fa sì che le persone che si trovino in tali situazioni siano spinte a chiudersi in un silenzio che, a sua volta, fa aumentare la percezione collettiva (non necessariamente esatta) di una diversa opinione della maggioranza, rinforzando, di conseguenza, in un processo dinamico, il silenzio di chi si crede minoranza.
Uno degli effetti della spirale del silenzio è l’esercizio, da parte dei mass-media, di una pervasiva funzione conformista di omologazione e conservazione dell’esistente, ostili al rinnovamento delle sensibilità, dei gusti, delle opinioni.
Rispetto al conservatorismo, si aggiunge qui un ulteriore elemento aggravante: essendo i mezzi di comunicazione di massa, per loro stessa natura, schiacciati sulla dimensione contingente del tempo presente, e incapaci di elaborare ed esprimere una visione e una coscienza storica, la spinta al conservatorismo e all’omologazione che essi sono in grado di promuovere si presentano anche privi di qualsiasi spessore e di alcuna consapevolezza storica.
N.d.R. : adesso abbiamo capito, io per primo, su quale mensa sono andati a gozzovigliare gli “influencer”, abili mestatori senza scrupoli, pronti e preparati a devitalizzare lo spirito critico individuale, imponendo ideologie, gusti e comportamenti standardizzati e pilotati, ovviamente, a proprio vantaggio.